UN PROGETTO DI ALFREDO ACCATINO

Attenzione! Queste pagine non contengono opere di Modigliani, Picasso o di uno degli altri 50 straordinari autori, sempre e solo loro, che danno il titolo a mostre-evento. L’arte è qualcosa di più complesso della semplice divulgazione di massa che, nel tempo, ha trasformato gli artisti in prodotti, facili da comprendere e da consumare.
Non esisterebbero le avanguardie storiche senza maestri sconosciuti alla massa (ma certo non a musei e collezionisti). E non si sarebbe formata una cultura del ‘900 senza l’apporto di fotografi, designer, scenografi, illustratori, progettisti, costumisti, visualizer, che in queste pagine vogliamo riproporre. Perché, se non avessero operato maestri come Malevic, Exter, Scheiber, Itten, De La Fresnaye, Jawlesky, Rietveld, Schad, Dexel, o personaggi trasversali e imprevedibili come Galantara, Codognato, Seltenhammer, Vertes, Copi, Topor (chissà quanti di voi li conoscono?), o autori italiani come Chiattone, Wildt, Cagnaccio di San Pietro, Thayaht, Donghi, Melli, Crippa, Gnoli, Pascali, non sarebbe proprio esistita l’arte contemporanea. E forse, non saremmo esistiti neanche noi.

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venerdì 11 agosto 2017

PINO PASCALI IL GENIO CHE VESTIVA LE GEMELLE KESSLER


La vita è troppo breve per sprecarla 
a realizzare i sogni degli altri.
Oscar Wilde

 

Roma ha un triste bagaglio di memorie. Doloroso e dimenticato. Sono i luoghi dove tanti personaggi amati sono passati per poi fuggire via. Penso al leccio scheggiato sulla Nomentana da Rino Gaetano, morto perché l'ambulanza che lo trasportava non trovò ospedali disposti ad accoglierlo.
Penso all’angolo tra via Paisiello e via Rossini, dove si schiantò la Ford Thunderbird lilla di Fred Buscaglione. All’accigliato Rocco Carbone, uno scrittore e un amico, schiantatosi a terra con il motorino, di notte, senza nessuna apparente motivazione dopo uno stupidissimo semaforo tra viale Aventino e Piazza Albania, dove altri amici hanno piantato un olivo,
Alla terrazza del Biondo Tevere dove Pasolini cenò con Pelosi prima di partire alla volta dell’idroscalo.

Così, ogni volta che imbocco il sottopassaggio di Corso Italia faccio un segno di saluto a Pino Pascali, che propri qui, nell’ultimo week-end di estate, il 30 agosto 1968, a soli 33 anni, viene investito da un’auto mentre è con una Moto Guzzi V7 c, per poi morire, undici giorni dopo, per i postumi delle ferite.
Roma era deserta. Venezia ospitava le sue opere alla Biennale di Venezia. New York stava allestendo la sua prima mostra americana e nello stesso giorno usciva “Hei Jude”. E mi immagino il ritardo dei soccorsi, in una città deserta, l’arrivo al Policlinico Umberto I con i portantini che fumano e chiacchierano, come nei film di Verdone, contornati da malati in pigiama.
Non ho mai saputo se avesse avuto il casco, ma ne dubito, perché io ad agosto, alla sua età e in quegli anni, sarei andato con la criniera al vento, e mi sarei sentito immortale.

Il sessantotto era appena scoppiato, ma la gente ancora non lo sapeva. Doveva andare forte con la sua moto Pino. Era uno stracazzo di momento: “Trombava come un puma” mi ha detto un gallerista che lo conosceva con una espressione romanesca che oggi non si usa più.

Ora è un grande Maestro e te lo immagini chissà come.
All’epoca era solo un ragazzo bello e felice, penso io, perché era passato da anonimo grafico pubblicitario ad artista conclamato. Un’esplosiva avventura poetica durata appena tre anni, dal 1965 al 1968 che aveva già provocato una vera onda d’urto. Una rivoluzione visiva, subito colta da critica e pubblico, paradossale e imprevedibile, sempre in bilico tra pop e concettuale. Una meteora nella storia dell'arte italiana. Una luce che ancora oggi non cessa di stupire e che prefigura - anzi ha creato - le tendenze dell’attuale arte contemporanea: dai ragni della Louise Bourgeoise alla land art, passando per Anish Kapoor.

Artista eclettico, Pascali fu scultore, scenografo, performer. Nelle sue opere riunisce le radici della cultura mediterranea (i campi, il mare, la terra e gli animali) con la dimensione ludica dell'arte: un ciclo di opere è dedicato alle armi, veri e propri giocattoli realizzati con materiali di recupero (metalli, paglia, corde) riproponendo le icone e i feticci della cultura di massa”.
Ma è stato anche un poeta, capace di lavorare con il bianco assoluto. E vi consiglio di fare due passi alla Galleria Nazionale di Arte Moderna di Roma, per vedere le sue opere, fortemente volute dalla direttrice del tempo, Palma Bucarelli, che giacciono, silenziose come balene spiaggiate.
La terra, gli animali (i bachi da setola), i frammenti anatomici, la ri-costruzione della natura, grandi intuizioni, ancora più grandi per la loro apparente semplicità. Come il mare, ricostruito in vaschette di zinco ognuna delle quali contiene una variazione di tono su tono.

Cresciuto durante la seconda Guerra Mondiale, Pascali trascorse due anni da bambino, dal 1940 al 1941, con la famiglia in Albania dove il padre, funzionario di polizia, era stato trasferito. La guerra vista da vicino, e poi i rottami che lascia alle spalle, rimangono tra le più forti impressioni dell’infanzia. Molti anni dopo lavorerà sul concetto di paradosso di stampo dadaista, ricreando macchine da guerra di grandi dimensioni che sembrano armi per uccidere, ricreate sino al minimo dettaglio. In realtà oggetti prodotti con materiali trovati dall’artista: residuati meccanici, tubi idraulici, vecchi carburatori Fiat, rottami, manopole.

 

Certo è molto noto alla critica ed è oggi una star. Ma forse non è conosciuto al quanto dovrebbe dal pubblico e dai più giovani, che forse non ne comprendono la sua freschezza, la vicinanza e unicità narrativa. Come fu al suo tempo anche Piero Manzoni, si avvicina all’arte povera e alla pop-art, senza farne mai parte. E’ la sintesi della celebre citazione di Karl Kraus “Artista è soltanto chi sa fare della soluzione un enigma.”

Ma non è questo l’unico motivo che mi ha spinto a inserirlo in queste pagine.
Ciò che amo è il suo scoprirsi a poco a poco artista, mentre maneggia fondali per Carosello e disegna annunci pubblicitari (alcuni dei quali rigettati dai clienti perché “poco creativi”), mentre inventava scenografie, pupazzi e fumetti.
Nato nel 1935, dopo l’esperienza albanese con la famiglia, scappa da ripetente da Bari e s’iscrive alla Accademia di Belle Arti di Roma dove studia con Toti Scialoia. Iniziare poi a lavorare nella comunicazione, creando piccole cose, loghi, ma poi, con il successo di Carosello, anche vere e proprie campagne pubblicitarie, cartoni animati e spot per Algida e prodotti di largo consumo, come Cirio, Arrigoni, Getto Insetticida.

 
 
 

Dalla pubblicità alla televisione il passo è breve e realizza sigle televisive rimaste memorabili come quella del settimanale Tv7 della Rai, trasmesso ancora oggi, le scenografie per la Biblioteca di Studio Uno del Quartetto Cetra e per i Tre Moschettieri, addirittura costumi per i balletti delle Gemelle Kessler, ma anche le sirene e gli oggetti macro della caverna di Polifemo del grande successo televisivo della serie Odissea di Franco Rossi.

Fece anche brevi parti d’attore e comparse negli spot. Un’alternanza di alto e basso, di creatività senza pregiudizi che mi piace da morire e che mi sembra dovrebbe dare nuovo orgoglio a una professione, quella di “creativo”, sempre più negletta. Professionisti spesso invisibili, a volte anonimi, così isolati da finire per rinchiudersi in piccole riserve indiane, dimenticandosi di essere il motore storico di questa nazione.
Perché la creatività non si esprime attraverso classi di merito, gironi, categorie. E’ un’esigenza che, a volte, diviene professione. Che può scendere a compromessi (come tutti i ritrattisti, Goya e Leonardo compreso, che vissero come artisti di corte), che può esprimersi o replicare.
Che esiste, perché esiste il mondo.

 
 
 
 



 
Marco Papa - Cerchio di Fuoco: indagini sulla morte di Pino Pascali, 2007 - 2006 Moto Guzzi)

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