Un progetto di Alfredo Accatino

Attenzione! Queste pagine non contengono opere di Modigliani, Picasso o di uno degli altri 50 straordinari autori, sempre e solo loro, che danno il titolo a mostre-evento. L’arte è qualcosa di più complesso della semplice divulgazione di massa che, nel tempo, ha finito per trasformare gli artisti in prodotti, che devono essere facili da comprendere e da consumare.
Non esisterebbero le avanguardie storiche senza maestri sconosciuti alla massa (ma certo non a musei e collezionisti). E non si sarebbe formata una cultura del ‘900 senza l’apporto di fotografi, designer, scenografi, illustratori, progettisti, costumisti, visualizer, che in queste pagine vogliamo riproporre. Perché, se non avessero operato maestri come Malevic, Exter, Scheiber, Itten, De La Fresnaye, Jawlesky, Rietveld, Schad, Dexel, Brauner, o personaggi trasversali e imprevedibili come Galantara, Codognato, Seltenhammer, Vertes, Copi, Topor (chissà quanti di voi li conoscono?), o autori italiani come Chiattone, Wildt, Cagnaccio di San Pietro, Thayaht, Donghi, Melli, Crippa, Gnoli, Pascali, non sarebbe proprio esistita l’arte contemporanea. E forse, non saremmo esistiti neanche noi.

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giovedì 25 maggio 2017

GAETANO ALIBERTI. SUA MAESTA’ L’ECLETTISMO.


Tra ottocento e novecento l’architettura si chiedeva che cosa sarebbe potuto diventare. Le tecniche costruttive permettevano ormai costruzioni sempre più ardite piegando ferro e calcestruzzo armato alla fantasia dell’architetto. Il mondo appare sempre più piccolo, un po’ come oggi. Nasce così l’idea di costruire qualcosa che prima non c’era, unendo le suggestioni dell’architettura storica, della cultura babilonese a quella greca, dal rinascimento al barocco, dagli egizi all’arte islamica e indiana, il tutto shakerato, rivestendo con una pelle fantastica e indescrivibile le nuove soluzioni costruttive.
Questo movimento venne chiamato eclettismo (dal greco eklektekós da ekleghein, scegliere, selezionare) per indicare l'atteggiamento di chi sceglie in diverse dottrine ciò che è affine e cerca di armonizzarlo in una nuova sintesi.
Un movimento che tutti, io per primo, dico di conoscere, ma che in realtà è così ampio e complesso da prestarsi a molta confusione.


In questo contesto hanno operato in Italia alcuni architetti geniali come i fratelli Gino e Adolfo Coppedè (anche lui da rivalutare), Cesare Bazzani, Luigi Bellincioni, Renzo Picasso, Armando Brasini, e Gaetano Aliberti, un architetto per troppo tempo dimenticato che emerge dai suoi appunti e schizzi, oggi ritrovati, con una personalità di assoluto rilievo. Folle quanto basta per entrare di diritto nel Museo Immaginario.

Torri, palazzi, bizzarrie, fontane, monumenti funebri, schizzati con incredibile maestria utilizzando china e guazza. Macchie che sono poi divenute realtà ai padiglioni delle Esposizioni Universali del 1911 e del 1919, prima di cedere alla imperante cultura piacentiniana.
Incidentalmente, è stato anche il padre di quella Vittoria Aliberti, in seguito sposatasi con Alberto Ronchey, divenuta poi una affermata scrittrice come Vittoria Ronchey (Figlioli miei marxisti immaginari) finalista al Premio Strega.

 

Livornese, classe 1888. Gaetano vive in anni di grande fermento culturale e dimostra sin dalla giovanissima età una forte predisposizione all’arte e all’architettura. Riesce ad anticipare l’iscrizione agli studi nella Scuola Tecnica di Carrara, dove si diploma nel 1903 e si laurea prestissimo in Architettura con il Profesorre Enrico Bonanni, del quale fu l'allievo prediletto.


1911
 
1914 Genova

Gaetano Aliberti partecipa alla I° e alla II° Esposizione Donatelliana a Napoli su invito del celebre scultore Ettore Ximenes e vince la Medaglia d’Oro per l’architettura con i disegni preparatori qui raccolti (gli originali sono andati purtroppo dispersi). Disegni che appaiono come il manifesto dell’utopia e del sogno sfrenato, eclettico che verranno poi ripresi per realizzare nel 1911 alcuni padiglioni dell’Esposizione Universale di  in occasione del 50° dell’Unità di Italia e le biglietterie nel 1914 dell’Esposizione di Genova.

Gaetano Aliberti  si trasferisce quindi a Reggio Calabria, della quale diventerà fiero cittadino, e dove nasce Vittoria, e dove inizia la seconda fase della sua vita, affiancando all’inizio lo studio Zerbi Pertini e Marzatz come disegnatore in alcuni piccoli capolavori di eclettismo, come ville private (Villa Genovese Zerbi).

Nel 1917 viene richiamato alle armi e riceve una croce al merito. Terminata la guerra continua la sua attività. Incontra Brasini, con cui condivide la visione onirica e partecipa al progetto per municipio di Padova e alla sistemazione urbanistica del centro della città. Vince il progetto ma l’opera non viene pienamente realizzata.

Sposatosi con Costanza Filocamo nel 1919 a Reggio Calabria, si divide tra lo studio di Roma e lo studio in Calabria.
                 
Nel 1924 viene nominato dal Gentili, Professore Onorario presso l’Accademia di Carrara e inizia una lunga attività di progettista di alterne fortune e di autori di testi, nei quale si occupa di tematica inerenti alla fisica complessa.
Ben presto accoglie le teorie razionaliste e incontra Piacentini, con il quale collabora per la realizzazione del Museo Nazionale e progetta una serie di edifici governativi come la casa littoria e circolo dei reduci di cui rimangono i disegni preparatori.
Sono opere finalizzate alla creazione della GRANDE REGGIO che si interrompono allo scoppio del conflitto.

La mancata assegnazione di lavori provoca gravi conseguenze economiche, che si ripercuoterranno per tutta la famiglia.

Finita la guerra, le commesse svaniscono, collabora con riviste di settore e ritorna alla sua passione di sempre la fisica.
Muore a Roma nel 1961, dove viene sepolto.









1908 design Galleria Colonna Roma - Adolfo Coppedè

Adolfo Coppedè a Castel Sismondo

Cesare Bazzani, studio per il nuovo Foro di Forlì


Gino Coppedè - Roma,

venerdì 12 maggio 2017

IL GRANDE. UNICO. RAM. RUGGERO MICHAHELLES.


 
Ruggero Alfredo Michahelles, noto anche come RAM (Firenze, 1898 – 1976), pittore e scultore italiano, coofirmatario con il fratello Thayaht dell'invenzione della Tuta e delle Case in Serie. Ma anche di mille innovazione tecnologiche, proposte alla Michelin, alla Buitoni, alla Palmolive, alle Ferrovie, alla Fiat.
Architetto e grafico raffinato (sue alcune delle copertine più belle del ventennio) è stato anche scenografo e fotografo.




Una figura di grande valore morale, un sognatore che insieme al fratello ha attraversato la moda e la cultura liberty, poi il futurismo, esplorando mondi e stili.
Uno dei grandi disegnatori del nudo, ma che guardava oltre, sino a divenire il primo ufologo italiano, ideatore con il fratello Thayaht dell’osservatorio spaziale presso Arcetri e fondatori del C.I.R.N.O.S. il primo centro ufologico in Italia, il secondo in Europa.
Chi lo scopre, non lo lascia più.






sabato 6 maggio 2017

L'ASTRATTISMO DEL SOLE PALLIDO: HILMA AF KLINT

Hilma af Klint (1862 – 1944) pittrice svedese e pioniera nell'ambito dell'astrattismo pittorico. Donna.
Hilma af Klint ha lasciato1200 dipinti e 125 taccuini. Durante la sua vita espose solo i primi quadri naturalistici e non mostrò mai le sue opere astratte. Nel testamento si legge che i lavori astratti (realizzati tra il 1906 e gli anni '20) dovevano essere resi pubblici non prima di venti anni dalla sua morte. Era infatti convinta che solo allora il pubblico avrebbe potuto capirne il significato che lei collegava al mondo sovrannaturale. 
 Peccò d’ottimismo, e i suoi dipinti restarono stipati nei magazzini del Moderna Museet di Stoccolma fino al 1986 quando furono esposti in The Spiritual in Art. Abstract Painting 1890-1985 (Los Angeles County Museum of Art) e in modo più consistente nel 2005 in 3 x Abstraction: New Methods of Drawing by Hilma af Klint, Emma Kunz, and Agnes Martin (The Drawing Center, New York). Curioso che l'astrattismo, che tradizionalmente viene consegnato come paternità nelle mani di Kandinsky in realtà avrebbe avuto altri padri spurti, come il drammaturgo August Strindberg e all'estone Mikalojus Konstantinas Čiurlionis. Tutti molto vicini comunque al polo nord.  

Questi quadri qui sotto hanno uno storia a parte. Dipinti per il Tempio, sono una serie di 193 quadri astratti realizzati in due fasi (1906-08, 1912-15) e commissionata non da un mecenate illuminato ma da un’entità spirituale denominata Amaliel. Destinate a un’architettura a cerchi concentrici che non verrà mai alla luce, queste opere sono cariche di simbologia: le forme (prima organiche poi geometriche), i colori (giallo per il maschile, blu per il femminile), le lettere («u» per lo spirituale, «w» per il materiale), i salti di scala (dall’atomo al cosmo), le polarità (bianco/nero, vuoto/pieno). Ogni dipinto ha la capacità di generare il successivo, in una complessa rete di rimandi interni. Se i temi panteistici ed ermetici restano a volte oscuri, la sensualità estetica di queste superfici non viene mai meno.
 


Riccardo Venturi scrive: "Hilma af Klint sente di avere una missione da compiere e niente può distoglierla. È una veggente che mette in comunicazione due mondi inconciliabili, che fa della pittura un medium nel senso medianico e non modernista del termine: uno strumento di mediazione, una psicografia e non quell’insieme di condizioni materiali (tela, cavalletto, colori) che la rendono possibile."







http://www.area-arch.it/wp-content/uploads/sites/6/2017/03/Schermata-2017-03-30-alle-17.10.48.jpg 



 questo, incredibile a dirsi, è un suo quadro figurativo.

venerdì 5 maggio 2017

SELFIE, UNA STORIA CHE POTETE CONDIVIDERE

All’inizio si chiama autoscatto. Prima ancora autoritratto. Per tanti artisti, come ad esempio Rembrandt fu un ossessione, e un motivo di ricerca psicoanalitica. Per altri un puro vezzo. Ma è nel 2002 che il termine viene usato per la prima volta, in un post  nel forum australiano ABC, non per indicare genericamente una foto, ma proprio la ripresa effettuata con un smartphone o una webcam, con la finalità di condividerla in un social. La scrittura al’inizio è ancora ondivaga, e spazia da selfie a selfy e non ebbe particolare diffusione. La cronaca vuole che la parola “selfie” sia stata ufficialmente coniata dallo scrittore Jim Krause nel libro “Photo Idea Index” nel 2005, mentre secondo la scrittrice Kate Loss, la moda nacque nel 2010 grazie all’arrivo dell’iPhone 4 (primo dispositivo con fotocamera anteriore) e dell'app social “Instagram”. Nell'agosto 2013 entra nell'Oxford English Dictionary e nell'ottobre del 2014 nel vocabolario Zingarelli.  


In realtà, secondo gli storici della fotografia il primo selfie della storia risale al 1839 opera di Robert Cornelius, americano, considerato il pioniere della fotografica internazionale a Philadelfia.  Già all’inizio del ‘900 la moda cresce come dimostra il selfie di Edvard Munch del 1908. Coinvolgerà anche i selfie di gruppo. E’ datata dicembre 1920 la foto d’epoca autoscattata dai cinque Lord della Byron Company (da sinistra: Joe Byron, Pirie MacDonald, Colonel Marceau, Pop Core, Ben Falk).  Ed ancora: New York, tre fotografi posano insieme per un selfie sul tetto dello Studio Marceau.

 
Edvard Munch nel 1908


Il primo selfie lesbico


La Bauhaus e il mondo di Weimar adottano questo linguaggio come racconta la straordinaria Lucy Renée Mathilde Schwob, nota come Claude Cahun. Chi trasformò l'autoscatto in una vera e propria mania fu la figlia dell’ultimo zar di Russia Nicola II Anastasia Nikolaevna, Nella foto è intenta allo scatto con la sua Kodak Brownie. Venne giustiziata con il padre.

  
 
 
 Claude Chaun

Nel 2013 il Museum of Modern Art di New York ha dedicato, nel 2013, una mostra ai selfie, intitolata “Art in Translation: Selfie, The 20/20 Experience”.

 Parmigianino, Autoritratto allo specchio, 1524
 Escher, autoritratto, 1935