Un progetto di Alfredo Accatino

Attenzione! Queste pagine non contengono opere di Modigliani, Picasso o di uno degli altri 50 straordinari autori, sempre e solo loro, che danno il titolo a mostre-evento. L’arte è qualcosa di più complesso della semplice divulgazione di massa che, nel tempo, ha finito per trasformare gli artisti in prodotti, che devono essere facili da comprendere e da consumare.
Non esisterebbero le avanguardie storiche senza maestri sconosciuti alla massa (ma certo non a musei e collezionisti). E non si sarebbe formata una cultura del ‘900 senza l’apporto di fotografi, designer, scenografi, illustratori, progettisti, costumisti, visualizer, che in queste pagine vogliamo riproporre. Perché, se non avessero operato maestri come Malevic, Exter, Scheiber, Itten, De La Fresnaye, Jawlesky, Rietveld, Schad, Dexel, Brauner, o personaggi trasversali e imprevedibili come Galantara, Codognato, Seltenhammer, Vertes, Copi, Topor (chissà quanti di voi li conoscono?), o autori italiani come Chiattone, Wildt, Cagnaccio di San Pietro, Thayaht, Donghi, Melli, Crippa, Gnoli, Pascali, non sarebbe proprio esistita l’arte contemporanea. E forse, non saremmo esistiti neanche noi.

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domenica 30 aprile 2017

BUBBLE SERIES, LE FOTO CHE SAREBBERO PIACIUTE AD AMELIE


Siamo a New York nel Lower East Side, quartiere a sud di Manhattan dove vivono immigrati di ogni nazionalità: irlandesi, italiani, cinesi, tedeschi e latinos. E’ il 1954 e un ragazzo di 14 anni, di nome Melvin Sokolsky si diverte ad armeggiare con la macchina fotografica del padre; un giorno in palestra incontra Robert Denning, di 10 anni più grande di lui che lavora con il fotografo Edgar De Via. Robert dice a Melvin che De Via aveva guadagnato 4000 dollari per una foto pubblicitaria della gelatina di frutta Jell-O.
Così inizia la carriera di Melvin Sokolsky, che, irriverente e senza preparazione accademica, comincia a lavorare come fotografo per la pubblicità. All’età di 21 anni viene assunto come fotografo di still life ad Harper’s Bazaar e in poco tempo viene promosso ai servizi di moda. E’ il 1963 quando mette a punto il suo lavoro più celebre: la Bubble Series, apparsa su Harper’s Bazar dedicato alla collezione primaverile.
L’allestimento si ispira al Surrealismo ed ha come sfondo Parigi, la stessa città in cui negli anni ’20 si era sviluppata l’avanguardia artistica.
La modella Simone d’Aillencourt intrappolata dentro una gigantesca palla di plexiglass trasparente fluttua sopra le strade della Ville Lumière, mentre i passanti guardano incuriositi e perplessi. Le foto sono oniriche ed evocative e non sembrano, dopo 50 anni, risentire del passare degli anni. In epoca di fotoritocco e ardita postproduzione, fa piacere notare che le immagini di Sokolsky si collocano in uno spazio sospeso, in una Parigi da sogno che solo un fotografo dal talento visionario poteva sottrarre al tempo.

 

 
 
 
  

Jennifer Aniston nel Remake

 

BACKSTAGE
Melvin Sokolsky, la modella Simone D'Aillencour e l'equipe di produzione alla fine dello shooting

 

 

sabato 29 aprile 2017

NAPUL'E'.

Thomas Jones il gallese pazzo per Napoli, che a Napoli diventa metafisico. Quando? nel 1700 (1778-1781) e crea paesaggi pazzeschi, fatti di niente, che ci ricordano le nostre domeniche estive fa bambino a casa dei nonni.

Uè...famme veré!

Nel mese di settembre 1776 Jones. che ha 34 anni, si imbarca per un viaggio ansiosamente atteso che lo porterà in Italia.  Jones visitò per la prima volta Napoli nel settembre 1778, quando vi si fermò per cinque mesi. Quindi ritornò a Roma per un po', vivendo in un'abitazione nei pressi della scalinata di Trinità dei Monti. Assunse come domestica una vedova danese, Maria Moncke, fuggendo con lei l'anno dopo a Napoli. Questa città, allora la più grande d'Italia, offriva a un artista più opportunità di quante non ne promettesse Roma. Maria partorì due figlie a Napoli, Anna Maria (nel 1780) ed Elizabetha (nel 1781). Avendo saputo della morte del padre nel 1782, Jones, che dopo sei anni trascorsi in Italia avvertiva nostalgia e irrequietezza, si risolse a tornare in Gran Bretagna. Nell'agosto 1783 si mise in viaggio per Londra, con Maria, Anna ed Elizabetha, imbarcati su un brigantino svedese. Giunse a destinazione in novembre solo per trovare molti dei suoi beni distrutti dall'umidità, inclusi tutti i suoi studi di natura dal vivo. Thomas Jones morì di angina pectoris nel 1803. Il suo corpo fu seppellito nella cappella gentilizia a Caebach, Llandrindod Wells. 




LA QUESTIONE 'E' SPINOSA.

...ma perché negli anni '30 dipingevano cactus e piante grasse?
Non prima, molto poco, dopo.
Una di quelle cose che noti per caso, e ti lasciano perplesso. Certo, la nuova oggettività, ti porta a riprendere i dettagli, soprattutto in Germania, ma spuntano fuori nel modermismo americano, nella pittura inglese, e che nel profondo sud italiano, le pale dei fichi di India, diventano protagoniste. C'è anche una immagine inquietante, della serie "Anche i grandi fanno la cacca", nella quale Sergei Eisenstein cavalca un cactus simulando un gigantesco pene.
Una cosa che resterà, temo, uno dei grandi misteri del secolo
Ed ora, beccatevi la sequenza:

 
Sergei Eisenstein with cactus c. 1930-31 

 
George Scholz Cacti and Semaphore (Kakteen und Semaphore), 1923

 
Charles Sheeler 1931

Dame Laura Knight (1877-1970)
Guardando dalla finestra, 1930.

 Schrimpf, Georg, 1938 


Lenk 1931

 
Frederick Carl Frieseke 1930

  
Paesaggio con cactus, Diego Rivera
 
Four Cactus Plants / Marsden Hartley - circa 1918-1923 

 
Kahlo and the cactus wall at her San Angel house

 
Wacker 1933

Giorgio Morandi, Cactus, 1917

 

1920′S, ALBERT RENGER-PATZCH
Aenne Biermann, Cactus, before 1930

 
Sassy cactus bikini girl, ca. 1930s

 

domenica 23 aprile 2017

ARNO' STERN. IL PITTORE COSMOPOLITA.


"Alto. Uno sguardo penetrante ed una fronte larga. Una bocca piena e ben disegnata, il naso aquilino, carnagione scura, capelli lunghi i pettinati all'indietro, sempre vestita in modo elegante e distinto Arno Stern è un aspetto decisamente singolare. "
Barbara Dickchen


Arnò Stern, cosmopolita, per anni “italiano di adozione”, nasce in realtà a Lodz, in Polonia, nel 1888, da una famiglia chassidica di modeste risorse economiche. Riesce comunque a studiare presso l'Accademia di Varsavia e si trasferisce per alcuni mesi a Parigi, dove perfeziona la sua tecnica con il pittore Breton Désiré Lucas. Viaggia quindi in Europa, a Roma, Monaco e a Londra. Nel 1915 a Ginevra conosce una studentessa milanese, Clara Speckel, che sposa nel 1917 per poi trasferirsi con lei in Italia.

Arnò Stern 

Nel 1923, invitato da un polo di avanguardia, si trasferisce a Bruxelles, da solo. Questo periodo bohemien, dove conosce la miseria, vivendo tuttavia il periodo più fecondo della sua vita. Frequenta intellettuali e artisti famosi del belga d'avanguardia e aderisce al movimento Dada, esponendo nel 1935 alla Galerie de La Toison d’Or. Ha un talento innato, e alterna opere più commerciali, di matrice modernista e cubista con opere che esprimono a pieno il clima delle avanguardie.
Lasciata la prima moglie, perde la testa per un’altra italiana Claudia Astrologo, romana, violinista all’Orchestra Nazionale del Belgio, che di fatto, lo mantiene.

La famiglia Stern lascia Bruxelles il 14 maggio 1940 nel buio della guerra e raggiunge il sud della Francia.
Stern viene arrestato durante un raid per le strade di Tolosa e internato in un campo mentre la sua compagna si rifugia a Roma. Gran parte della sua produzione viene dispersa a causa della seconda guerra mondiale.
Si riunirà con Claudia dopo la guerra, ma Arno, che forse ancora rimettersi in moto e girare il mondo,  muore di cancro nel 1949.

 


Ha esposto più volte in Belgio e all'estero, tra gli altri con Permeke e Brusselmans. Per la sua prima retrospettiva, il Museo Ebraico di Belgio ha riunito cinquanta opere provenienti da collezioni di Londra, Tel Aviv, Roma, Torino, Milano, Bruxelles e Anversa






sabato 22 aprile 2017

COSA VEDEVANO USCENDO DI CASA MONET, MANET E TOULOUSE-LAUTREC?



Uno studio di qualche anno fa mise in relazione l’arte con il paesaggio, indicando come la luce e gli spazi modificassero la visione inconscia e la percezione, anche al di là della mera rappresentazione del paesaggio. Questo spiegherebbe, ad esempio, la luminosità della pittura veneta, o il fatto che in Italia la pittura cambiasse fortemente da regione a regione, da area ad area, e non solo per fattori culturali. Per questo mi piace presentarvi quello che, ogni giorno, vedevano a Parigi impressionisti e post impressionisti, Picasso e Modì. Scopriremmo che in fondo, raccontavano solo il proprio presente. Come quando si dice "...metti una cinepresa a NY e funziona sempre...".

Sono tutte foto databili tra il 1898 e il 1918 provenienti dal Museo Albert Khan, un fondo fotografico a colori che oggi comprende 60 paesi e 72.000 placche, io direi, ancora tutte da scoprire.
Ecco perché è importante fotografare il presente, e sarebbe bello che ogni città lo facesse in maniera sistematica, non affidandosi solo alla banca dati di Street View.