Un progetto di Alfredo Accatino

Attenzione! Queste pagine non contengono opere di Modigliani, Picasso o di uno degli altri 50 straordinari autori, sempre e solo loro, che danno il titolo a mostre-evento. L’arte è qualcosa di più complesso della semplice divulgazione di massa che, nel tempo, ha finito per trasformare gli artisti in prodotti, che devono essere facili da comprendere e da consumare.
Non esisterebbero le avanguardie storiche senza maestri sconosciuti alla massa (ma certo non a musei e collezionisti). E non si sarebbe formata una cultura del ‘900 senza l’apporto di fotografi, designer, scenografi, illustratori, progettisti, costumisti, visualizer, che in queste pagine vogliamo riproporre. Perché, se non avessero operato maestri come Malevic, Exter, Scheiber, Itten, De La Fresnaye, Jawlesky, Rietveld, Schad, Dexel, Brauner, o personaggi trasversali e imprevedibili come Galantara, Codognato, Seltenhammer, Vertes, Copi, Topor (chissà quanti di voi li conoscono?), o autori italiani come Chiattone, Wildt, Cagnaccio di San Pietro, Thayaht, Donghi, Melli, Crippa, Gnoli, Pascali, non sarebbe proprio esistita l’arte contemporanea. E forse, non saremmo esistiti neanche noi.

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sabato 23 gennaio 2016

CON UNA LINGUA UNIVERSALE SI POTREBBERO FARE UN SACCO DI BELLE COSE. ANCHE QUELLE CHE AVETE IN MENTE.

Munari, gesti italiani.
Vi piacerebbe poter comunicare con chiunque, in qualunque parte del mondo, senza conoscere la lingua? 
Ok, allora facciamo un passo indietro, e torniamo a un assioma classico: l’uomo ama complicarsi la vita. 
Vada per la religione, la più nobile delle auto-afflizioni, che ci siamo voluti infliggere a ogni latitudine nonostante fossimo nati liberi. Vada per le lingue e dialetti, evolutisi nel tempo inseguendo la storia, le complessità geografiche, i litigi tra vicini, abitudini culturali e diversità morfologiche. Ma il linguaggio non verbale avrebbe potuto prendere ben altre strade invece di seguire, ogni volta, come uno scemo, il linguaggio parlato.
Molti segni sono "istintivi" come hanno ampiamente dimostrato gli antropologi. E gli indiani d’America, cento anni fa, si sarebbero capiti al volo se avessero incontrato un pigmeo africano.

Molti movimenti delle mani - correlati a concetti - sono addirittura comuni a tutte le civiltà non mediate da sovrastrutture culturali successive. Noi italiani, adottiamo gesti mimici (quelli che vengono compiuti per accompagnare un termine o una frase durante una conversazione: per esempio il gesto di mostrare o indicare il polso quando si chiede l’ora) e abbiamo creato tantissim gesti simbolici (quelli che sostituiscono la parola o ne  alterano il significato: si pensi al gesto delle corna mentre si parla della fedeltà di un uomo o di una donna). Eppure, non ci capiamo. Quando avremmo potuto tutti comunicare in maniera molto più semplice e diretta. E non si capiscono bene neanche i non udenti appartenenti a nazioni diverse, perché sono troppe le parole espresse con segni letterali, o perché i segni, a volte, cambiano. E anziché poter trasformare il loro handicap in un vantaggio, i non udenti, finiscono per rimanerne doppiamente vittime.
Nonostante che da secoli, studiosi di tutte le nazioni abbiano affrontato il problema, ma sempre come ancoramento alla lingua madre.

Capita così che un sognatore, che ho il piacere di conoscere solo via web, ma che ha avuto il merito di creare nel 1994 - per poi donare alla Caritas - il primo giornale di strada pensato per aiutare i barboni “Scarp de’tenis”, pensa che, forse, si potrebbe creare un linguaggio dei gesti, universale.
Un linguaggio capace di divenire strumento di unione di un mondo fatto di persone anche udenti, che, oggettivamente, “...hanno bisogno soprattutto di comprendersi”.

i segni di Koko

Una follia. Anzi, no. Una Utopia con la U maiuscola. Una cosa nata probabilmente in una giornata di pioggia. Ma non c’è nulla di più difficile di voler creare una cosa semplice. E non c’è nulla di più poetico, di voler creare una cosa impossibile.

Questa la base progettuale di GESTO, un progetto etno-linguo-eco-culturale di Pietro Greppi, che ha fondato un’Associazione no profit con il preciso obiettivo di creare, con l’aiuto di esperti di diverse nazioni del mondo, un linguaggio universale, non verbale, dei gesti e dei segni, che sia facile, comune e condiviso.

Un’utopia, per la cui realizzazione finale servono un sacco di soldi, al di là del volontariato. E anche competenze scientifiche, di linguisti, glottologi, semiologi, antropologi, esperti di recitazione e linguaggio non verbale, e così via….

Ecco, a me questa follia piace, e per quel poco che posso, offro il mio contributo. Il primo, quello di parlarne ora e di aiutare a far conoscere il progetto. Il secondo, quello di fare un versamento miserabile di 100 euretti (…ma non lo dirò a mia moglie…) per aiutare i primi passetti di questa iniziativa pioneristica.


Se volete saperne di più, leggete la scheda informativa pubblicata sul sito in costruzione
www.unigesto.org o contattate su Facebook Pietro Greppi, che è attivo e vigile nel mondo social. Secondo me vi dirà qualcosa di più intelligente di quello che vi ho scritto io. Tanto da spingervi a inviare anche voi qualche eurino a BANCA PROSSIMA Gruppo Intesa San Paolo GESTO - IBAN: IT26M0335967684510700188890 progetto GESTO.

Se siete esperti del settore fatevi avanti. Se vi interessa, fatevi avanti. Penso che ci sia un sacco di posto libero.

A proposito, qualcuno è in grado di farlo sapere a Dario Fo, Umberto Eco e Antonio Rezza? Secondo me questa idea, a loro, piacerebbe. Peccato per Munari che non c’è più e che già me lo vedevo chiedermi a che ora ci si vede….




www.unigesto.org

domenica 17 gennaio 2016

CARLA MARIA MAGGI LA PITTRICE CHE IL FIGLIO NON SAPEVA CHE FOSSE PITTRICE

LA PROVA, 1936

Nel 1997 Vittorio Mosca, imprenditore di successo dell’industria tessile, ritrova in soffitta nella casa di famiglia sul Lago Maggiore, colori, pennelli, telai e un nucleo importante di lavori degli anni ’30.

Scopre così la storia, il talento, e il passato della madre, Carla Maria Maggi. Un passato che lui stesso non conosceva e che la donna, che ha ormai 84 anni un po’ sminuisce: “Sì, è vero dipingevo un po’… amavo l’arte, ma è passato così tanto tempo..”

Inizia quindi la rivalutazione di una bellissima presenza all’interno della scuola milanese dei chiaristi, che nell’arco di soli 7 anni compie un preciso percorso artistico, scegliendo il nudo e una certa trasgressione formale.
Forse è quella che la famiglia, o il marito, vorranno soffocare nel tempo. O forse lei stessa, che presa dal ruolo di madre e moglie, rimuove la propria esistenza. Come tante donne.


Nel 2005, un anno dopo la sua morte, il National Museum of Women in the Arts di Washington le dedica una retrospettiva, e nel 2010 le sue opere sono esposte nella mostra “Carla Maria Maggi e il ritratto a Milano negli Anni Trenta”.




Nata nel 1913 in una famiglia borghese, imparentata con l’architetto Giuseppe Piermarini, che vanta tra gli antenati antenato Carlo Maria Maggi, autore secentesco inventore della maschera di Meneghin. Fin da bambina si avvicina al disegno, e adolescente frequenta lo studio del pittore Giuseppe Pananti. Lei è tenace, convinta di voler imparare il mestiere, ma ben presto si stufa di nature morte e scene di genere. Forse vede le illustrazioni che il maestro produce come illustratore e cartellonista, fatto sta che inizia a produrre ritratti di nudo. Uno studio che in effetti, poco si addice all’età e alla sua condizione.

Nel 1934 il suo quadro”La sigaretta”, presentato alla Permanente di Milano, accolto con entusiasmo per la capacità e per il soggetto, anomalo. Come anomalo è il soggetto “La prova” del 1936: una ballerina, nuda, colta nell’atto di drappeggiare un abito sul corpo nella penombra di una stanza un po’ disordinata e bohemienne.  

Si fidanza, si sposa, aspetta il primogenito, e interrompe la promettente carriera.

Va a vivere a Cuvio, in provincia di Varese, e la sua storia svanisce come il colore di un pennello lasciato nel lavandino sotto l’acqua corrente.





domenica 10 gennaio 2016

I CINEMA DI WEEGE. SAFARI FOTOGRAFICO NOTTURNO.



Il segreto della creatività è cambiare i punti di vista. A volte, ribaltandoli. E’ quello che ha fatto Arthur Fellig, in arte Weege, fotografo “americano”, come vedrete, nato in Ucraina. Che ha tratto dalla strada l’ispirazione per esplorare l’umanità.

Ha così l’idea, negli anni ’40, di andare nei cinema di New York, di girare la camera e di fotografare non lo schermo, ma la gente. Sperimentando pose lunghe e ASA e DIN (si diceva una volta) sensibilissimi. Secondo me, rischiando anche qualche cazzottone. Nasce così un mondo di folletti sorpresi nella notte o che non sanno proprio di essere spiati. Emozioni, amori, mani speleologhe sotto gonne e camicette, in uno dei più bei reportage di sempre.
Perché la creatività più figa ha idee semplici.



Il suo vero nome era Ascher Fellig: era nato nel 1899 a Leopoli, che ora si trova in Ucraina ma all’epoca faceva parte dell’Impero astroungarico. Emigra con la famiglia a New York nel 1909, dove cambia nome in Arthur e a 14 anni inizia a lavorare come fotografo. Nel 1934 si licenziò dalla Acme Newspictures (che sarebbe poi diventata la United Press International Photos) – dov’era assunto come tecnico della camera oscura – e si mise a fare il freelance: bazzicava nel quartier generale della polizia di New York e appena arrivava la notizia di un delitto “interessante” ci si fiondava per scattare le foto e poi venderle. Nel 1938 ottenne il permesso di installare una radio della polizia nella sua auto, nel cui bagagliaio aveva anche allestito una piccola camera oscura, e riuscì a velocizzare ancora di più il suo lavoro.

Weegee continuò a lavorare come fotoreporter di cronaca nera negli anni Quaranta, quando iniziò a dedicarsi anche alla fotografia di moda e pubblicitaria, realizzando servizi per Vogue e Life
Morì a New York il 26 dicembre del 1968 a 69 anni. 




sabato 9 gennaio 2016

COSA C'E' DI PIU' FALSO DEL VERO?



A dicembre 2015 il Van Gogh Museum ha esposto l’ultimo quadro scoperto del maestro olandese «Tramonto a Montmajour». L’opera, a quanto dichiarato dagli esperti  fu acquistata nel 1908 da un industriale norvegese, Christian Nicolai Mustad, che la esponeva orgoglioso a casa, finché l'ambasciatore francese in Svezia non l’aveva “smascherato” come falso. Mustad, preso dalla vergogna d’essere stato ingannato, lo nascose in soffitta dove rimase ben oltre la sua morte. E così per quasi un secolo il dipinto passò di solaio in solaio, sino a quando, un nuovo compratore decise di vederci chiaro.
Louis van Tilborgh, ricercatore del museo, data il quadro al luglio del 1888: oltre a stile e pennellata tipici dell’artista, anche i pigmenti e la tela corrispondono infatti a quelli utilizzati da Van Gogh durante la sua permanenza ad Arles. L’edificio ritratto sulla sinistra dell’orizzonte è stato identificato con le rovine dell’abbazia di Montmajour.
E nelle lettere scritte dal pittore si trovano due riferimenti all’opera; inoltre il numero «180», scritto a matita sul retro, trova riscontro in un inventario del 1890. Alla morte di Mustad, nel 1970, gran parte della sua collezione fu venduta. Nel 1991, l’allora proprietario del quadro contattò il museo per verificarne l’autenticità, ma l’opera fu ritenuta «non autentica», in quanto l’abbazia non era stata riconosciuta e il numero sul retro non associato a quello dell’inventario. Valore, dai 10 milioni in sù.



L'AFFASCINANTE E INARRIVABILE MUSEO DELLA MERDA




Superi Aguzzano, e aggirandoti nella Bassa, senza grandi cartelli segnalatori, si arriva prima in una cascina,  poi in un castello, e quindi in una delle più stimolanti e coinvolgenti iniziative culturali italiani degli ultimi anni. Il Museo della Merda, a Castelbosco, in provincia di Piacenza.
Questa l’idea di un imprenditore/collezionista che ha costruito un piccolo impero sulla merda, trasformando la propria passione nel proprio lavoro, e viceversa.
Produceva latte per il Grana Padano con 2.500 bovini di razza selezionata, super-efficienti (300 quintali circa di latte e 1.000 di sterco). Una quantità di merda terrificante, che il proprietario ha voluto e saputo trasformare in oro civico, avviando un progetto ecologico e industriale avveniristico che ha portato a realizzare una efficiente centrale di biogas. Dallo sterco ricava così metano, concime per i campi, materia grezza per intonaco e mattoni. E lo fa con sistemi di nuova concezione che oltre a ridurre l’inquinamento atmosferico e la distribuzione di nitrati nel terreno, seguono un principio che ridisegna il ciclo della natura in un circolo virtuoso.


Il museo è stato ricavato da un maniero cinquecentesco, lasciato nel restauro allo stesso stato (come aspetto degli interni) di quando è stato trovato che si staglia all’interno dell’azienda, proprio vicino agli impianti di trasformazione, che fanno parte essi stessi della esposizione museale. Vicino alle mucche, e l'odore diventa quasi una musica.
Sembra quasi un rudere, elegantissimo e un po' snob, riscaldato dal calore prodotto dalla merda dell’impianto e ospita opere di arte contemporanea. Non la “merda d’artista” (sarebbe stato troppo banale, dice Locatelli) ma opere di ricercata qualità, che spaziano dall’arte povera al contemporaneo.
Ah, dimenticavo. I capannoni per la lavorazione della merda sono stati decorati da artisti del calibro di David Tremlett e Anne et Patrick Poirier.
Secondo me, poi, porta anche fortuna.
 
www.museodellamerda.org







MUSEUM OF BROKEN RELATIONSHIPS – ZAGABRIA. ALL WE NEED IS LOVE.



L'amore trionfa su tutto. Ma quando fiinisce fa molto, molto male. Così male da volerci dedicare un museo.

Nasce così nel 2003, per volontà di un gruppo di giovani artisti, amici tra loro, il Museum of Broken Relationships di sicuro uno dei musei più innovativi ed originali attualmente presenti sul "mercato culturale" europeo.




All'interno del Kulmer Palace di Zagabria, in pieno centro storico, a pochi passi dalla caratteristica funicolare cittadina di Tomiciceva Street, ha la sua sede permanente quello che tradotto significa: il Museo delle Relazioni Interrotte. La particolarità risiede nel fatto che gli artisti sono persone comuni che hanno lasciato nel corso del tempo, oggetti di vario genere, legati alla rottura di una loro passata relazione sentimentale. Ricordi, regali, qualunque cosa porti con sé un legame evocativo della storia d'amore vissuta e poi interrotta. Passeggiando per il Museum of Broken Relationships, si ha l'impressione di entrare a casa di un amico, perché ci si ritrova circondati da una serie di 'oggetti simbolo' che potrebbero facilmente appartenere a chiunque.

Gli oggetti comunicano in qualche modo sempre tristezza, anche se, a volte, svelano di sé anche un lato comico. Anche questo è museo.




IL MUSEO DELL'INNOCENZA. ISTANBUL.

Istanbul. Oggi.

In una decina di minuti a piedi, dalla affollata Istiklal, coi suoi bei palazzi in stile e i suoi negozi di rigattiere e bric a brac, si arriva nel cuore di Çukurcuma, un tranquillo quartiere dove è piacevole curiosare fra vecchi mobili e oggetti dismessi. E’ qui, che in Çukurcuma Caddesi, all’altezza dell’omonimo hammam, ha preso posto il Museo dell’Innocenza di Orhan Pamuk, premio nobel per la letteratura nel 2006.




Lo scrittore ha voluto trasformare un romanzo in museo, ma non per celebrare la sua opera omonima, ma per ricordare un amore immaginario. E che per questo ha investito gran parte dei soldi guadagnati per acquistare l’edificio e riempirlo sino all’inverosimile. L’amore di Kemal Basmacı per Füsun che gli fa raccogliere per otto anni, dal 1976 al 1984, ogni genere di oggetti legati all’amata, suppellettili, abiti, foto, ritagli di giornale, documenti che ha conservato con cura negli anni che contenevano il ricordo di tutti gli attimi più intensi della sua sconvolgente e sfortunata storia d’amore. Compresi tutti i 4.213 mozziconi di sigaretta fumati dalla ragazza. Chi porta con sé una copia del libro entra gratis. Non possono entrare più di 50 persone per volta. Un’indicazione (una prescrizione) frutto della consapevolezza che “quando i musei sono troppo affollati, gli oggetti piangono”.



DESIGNPANOPTIKUM, BERLINO. Fascino e orrore degli oggetti




Ecco, il sogno DADA esiste. E’ il Museo Surreale degli Oggetti Industriali di Berlino, che ospita la strana collezione del fotografo e artista russo, naturalizzato tedesco, Vlad Korneev che lo ha fondato nel 2010 e che è in continua evoluzione e trasformazione. Poche le notizie su di lui, ma so che Hartmann e Hausmann avrebbero un amico con cui passare i pomeriggio di pioggia.
Un museo lontano dai soliti circuiti che vi lascerà senza fiato. E' un luogo dove passato e futuro si intrecciato per creare un mondo meraviglioso, a tratti inquietanti rielaborando in scene teatrali gli oggetti quotidiani degli ultimi 150 anni, riassemblati per creare un mondo inquietante e retro-tech gli oggetti del passati trovano nuova vita e collocazione. 



Un percorso che sarà raccontato direttamente da Vlad, con aneddotti e indovinelli, in qualche lingua. Per questo risulta vana la ricerca di descrizioni o spiegazioni nel Museum für skurrile Objekte. L’indirizzo? - Berlin Mitte – Torstraße 201 


Museum of Jurassic Technology. Il falso più vero che c’è.


I musei, all’inizio, non esistevano. Erano raccolte spontanee e anarchiche per gusti e affinità, che potevano far parte del ghiribizzo di un nobile, di un artigiano, del priore di un convento. Spesso gli oggetti si mischiavano tra loro, accomunati da un’ipotetica rarità.  Lo strano e il bizzarro divennero la linea editoriale, unendo sul medesimo scaffale reperti naturali, manufatti artefatti, opere d’arte. Era questo l’inizio della Wunderkammer, in italiano camera delle meraviglie o gabinetto delle curiosità, espressione di origine tedesca.




Ma se un giorno vi dovesse capitare di prendere un aereo e fermarvi a Culver City, California, 93° isolato di Venice Boulevard, potreste avere la sensazione di essere tornati indietro nel tempo. Perché  è lì che risiede il Museum of Jurassic Technology.

Una collezione privata, potremmo chiamarlo museo scientifico? …bah …. diretto dall’enigmatico e geniale Mr. Wilson. Quest’ultimo ha creato e mantiene in vita una delle più sconcertanti esposizioni al mondo. Dove reale, verosimile, falso e fantasia si mischiano.

C’è la formica zombie, la ricostruzione dell’Arca di Noè, la parete delle corna, molti esempi di micro miniature (noccioli di frutta intagliati, papa Giovanni Paolo II all’interno della cruna di un ago), ma anche riproduzioni di metodi salutari arcaici, come il fiato d’anatra per curare i bambini dal mughetto, o due mani di cera che stringono un volatile impagliato, la memoria secondo Platone. Tutto questo e molto altro ancora è raccontato nel libro di Lawrence Weschler, tradotto in Italia dalla casa editrice Adelphi. 


Questa la sua recensione:

IL GABINETTO DELLE MERAVIGLIE DI MR. WILSON (1999, Adelphi)  



La peculiarità del museo, che illustra diverse scoperte scientifiche poco note e dettaglia teorie dimenticate, strambe o fantasiose, non sta tanto nel materiale che propone, quanto piuttosto nel fatto che il visitatore non può mai sapere se quello che sta vedendo è realtà o invenzione. Facciamo un esempio: nella collezione permanente del museo è narrata con dovizia di particolari la strana storia del Deprong Mori, un pipistrello sudamericano che sembra abbia l’abilità di passare attraverso le pareti delle capanne e attraverso il legno, e dei tentativi fatti per catturarlo. Allo stesso modo, viene illustrata la formica del Camerun denominata Megolaponera foetens, il cui cervello viene talvolta controllato da una spora fungina che la “costringe” ad arrampicarsi sugli alberi più alti della foresta e infine le fa esplodere la testa. Una di queste due storie è basata su fatti scientifici comprovati, l’altra no. Eppure sono esposte fianco a fianco, senza che il pubblico possa distinguere i fatti inventati da quelli reali.  Vi domanderete, ma che razza di museo scientifico è? Qual è lo scopo?  Beh, di certo non avrete risposte da Mr. Wilson, che se ne starà beffardo a guardarvi dal suo bancone all’entrata. Il museo include aneddoti veritieri e notizie false, teorie certe e dati contraffatti, eppure il tutto è presentato con rigore scientifico e con la classica didattica “alta” ma divulgativa tipica di un museo di scienze. Ci sono addirittura le audioguide, con la seria e pacata voce di una professionista che spiega gli oggetti nelle varie sale. Eppure, alla fine, il terreno vi mancherà sotto ai piedi… e forse è proprio quello lo scopo segreto di Mr. Wilson.  Lo splendido libro di Weschler ci accompagna fra le varie sale del museo, raccontandoci qualcosa di più sul suo misterioso creatore, e spiegandoci perché questo strano connubio di verità e falsità ha tanto affascinato ed entusiasmato allo stesso modo la comunità scientifica (che vi ha visto una rappresentazione dell’incertezza del lavoro del ricercatore) e il mondo dell’arte: il museo è in definitiva una vera e propria installazione artistica permanente, che affronta il metodo scientifico e la stranezza del mondo con bizzarro senso dello humor.