Un progetto di Alfredo Accatino

Attenzione! Queste pagine non contengono opere di Modigliani, Picasso o di uno degli altri 50 straordinari autori, sempre e solo loro, che danno il titolo a mostre-evento. L’arte è qualcosa di più complesso della semplice divulgazione di massa che, nel tempo, ha finito per trasformare gli artisti in prodotti, che devono essere facili da comprendere e da consumare.
Non esisterebbero le avanguardie storiche senza maestri sconosciuti alla massa (ma certo non a musei e collezionisti). E non si sarebbe formata una cultura del ‘900 senza l’apporto di fotografi, designer, scenografi, illustratori, progettisti, costumisti, visualizer, che in queste pagine vogliamo riproporre. Perché, se non avessero operato maestri come Malevic, Exter, Scheiber, Itten, De La Fresnaye, Jawlesky, Rietveld, Schad, Dexel, Brauner, o personaggi trasversali e imprevedibili come Galantara, Codognato, Seltenhammer, Vertes, Copi, Topor (chissà quanti di voi li conoscono?), o autori italiani come Chiattone, Wildt, Cagnaccio di San Pietro, Thayaht, Donghi, Melli, Crippa, Gnoli, Pascali, non sarebbe proprio esistita l’arte contemporanea. E forse, non saremmo esistiti neanche noi.

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venerdì 21 gennaio 2011

PIETRO MELECCHI. IL FOTOGRAFO PITTORE.

A ben vedere l’Italia non ha avuto nel mondo della fotografia maestri dell’astrattismo. O forse sì. E può suonare strano ammettere che il maggiore fra tutti fotografi è stato un pittore: Pietro Melecchi, nato nel 1902 a Castelfranco Emilia, vissuto a Bologna dal 1903, trasferitosi a Roma nel 1927 per esercitare la professione di architetto. Un personaggio che a vederlo ricordava Gillo Dorfles e Montanelli, elegante, stempiato, sempre un po’ accigliato, che per poter seguire, libero da compromessi, la sua vocazione artistica, abbandona la professione di progettista e si dedica all'insegnamento.
Con quella testa lucida (in tutti i sensi) ha attraversato le diverse fasi del modernismo (partecipando a più Quadriennali, al Premio Marzotto, alla Selezione Esso) per poi approdare alla fotografia. Un gioco di luci e di richiami, di forme e suggestioni che ha come riferimento naturale Man Ray e  le visioni dell’arte cinetica degli anni ’70. Ma anche il rigore si un suo quasi omonimo: Fausto Melotti. E’ morto a Roma nel 1996.
Man Ray


domenica 16 gennaio 2011

LA TRADIZIONE ITALIANA DI IGNAZIO DI STEFANO.



Questo ritratto a china, della fine degli anni ’40, riassume in sé la visione, la cultura e le contraddizioni del modernismo italiano. Un segno, appunto “moderno”, che potrebbe competere con la coeva esperienza di Oscar Kokoschka, ma che a differenza dei pittori “del nord” capaci di rompere con la tradizione fa trasparire un continuo riferimento alla tradizione classica italiana. Nella postura, nella forma e nel contenuto. Alla ritrattistica cinquecentesca, agli schizzi su carta dei pittori veneti, che utilizzano la guazza per creare spettacolo, atmosfera, psicologie. Un archetipo che ritorna nel soggetto scelto: una figura maschile reclinata, pensante, appena accennata nei lineamenti, forse assopita. O forse immersa in una visione interiore. Ed è in questo che Italia e Europa si confrontano senza mai trovarsi veramente e che il nostro provincialismo diviene DNA, ma anche l'elemento distintivo che permette di crescere e rigenerarsi in continuazione. Perchè è difficile sapere dove si va se non ci capisce da dove si viene,
Oscar Kokoshska, 1946
E’ negli anni ’50 che si compirà la parabola artistica di Ignazio Di Stefano. Finalista al Premio Marzotto, Quadriennale del 1953, Biennale. 
Poi, il boom economico e l'astrattismo gli toglierà la capacità di far sognare. Ma questo, il sognatore di questo schizzo, ancora non lo sa.

SEBASTIANO CARTA. FUTURISTA ESPRESSIONISTA.

“Noi siamo perversi, o illusi incantati, o deserti. 
Sono solo. 
Dipingere è un togliersi di mezzo”. 
Sebastiano Carta

Ci sono persone a cui le cose vengono tutte facili. Altre che, per destino, per scelta in/consapevole, sono costrette a lottare tutta la vita per vedere riconosciuto non solo il proprio valore e il proprio talento, ma la propria storia. Sono quelle che scelgono sempre le strade più faticose e complicate. Magari, tra una sigaretta e l'altra, lasciando alla spalle mille disegni. Forse qualcuno di troppo.

Ovviamente è una lettura personale, ma questo è stato secondo me il destino di Sebastiano Carta, un futurista della prima ora, uno di quelli che Marinetti chiamo "...uno dei miei ascari più audaci...", troppo spesso ignorato nelle grandi rassegne dedicate al movimento nonostante una nuova attenzione abbia coinvolto oggi  le sue opere. Ma ancora molto tempo ci vorrà prima di rivedere o veder ristampate le sue fantasmagoriche composizioni poetiche proseguite sino agli anni ’60 che lo pongono tra i precursori della poesia visiva. in Italia. E di ritrovare e storicizzare molte delle sue realizzazione dei primi anni, oggi di difficile reperibilità.
Sebastiano Carta in un ritratto di Gianni Berengo Gardin

Nato il 4 Marzo 1913 a Priolo, in Sicilia, giovanissimo arriva a Roma per conoscere Filippo Tommaso Marinetti che ha apprezzato il suo scritto “Sistemazione Fisica” e che lo coinvolge subito nel gruppo romano. 
Già nel 1933 partecipa alle Parole Libere, legandosi a Carlo Belli e Bragaglia, per poi entrare negli anni '40 nel Gruppo comasco futurista dei Valori Primordiali. NeI 1944 fonda la Casa Rossa”, gruppo di cultura antiborghese, con Stradone, Dorazio, Zavattini, Guttuso, legandosi di amicizia con Roberto Melli, Antonio Marasco ed Enrico Accatino che come lui hanno scelto Roma come nuova città di elezione. E me lo ricordo da bambino, nel quartiere Trieste, dove abitavano, esplosivo e gesticolante. Una volta mentre parlava con mio padre, si mise addirittura a tracciare un disegno sul muro del palazzo con un gessetto, bulimico di forme, naturalmente street-writer.

 
Autoritratto, 1939

Da quel momento la sua figura diventa sempre più autonoma e la sua pittura sempre più personale. Egli vaga nei suoi pensieri, sfiorando il surrealismo, esplorando gli angoli più misteriosi dell’espressionismo. E’ uno dei quegli autori che, quando conosci le sue opere, le riconosci sempre. E le riconosci subito. Dipinge e disegna su qualsiasi foglio e con qualsiasi tecnica. Spesso anche con feltro e pennarelli, che oggi svaniscono come il suo ricordo. Labirinti a cui aggiunge parole, frasi, scribilli.
Lo scrittore Ettore Zavattini scriveva: "Carta quando stende davanti ai suoi amici i grandi fogli di pittura, si ricomincia ad amarlo e a stimarlo. Ci aggiriamo attorno a questi fogli come alle figure che i pittori ambulanti fanno sui marciapiedi…”

Morirà improvvisamente a Roma nel 1973, ad appena 60 anni. La Fiera Letteraria, ricordandolo, inserì questa sua frase: "Il destino di artista è quello, forse dell'artista di strada. Tracciare un segno per terra, prendere una moneta, suscitare una emozione. E poi alzarsi per andare via, aspettando che la pioggia dilavi il nostro sogno."

...
Sebastiano Carta, Opera anni '30/'40'
 
Sebastiano Carta, caduta libera, 1957



Sebastiano Carta,fuga di passaggio, 1970

IL FONDO DEL CRATERE

Odora di zolfo e d’acido
ogni molle odissea di lava.

Su uno specchio
lentissimo di rosso
ferree pinne galleggiano.

Dolcissime leggende sul cristallo
adombrato di purpureo sonno
ove il deserto si fa più raro
e le piriti signoreggiano il cristallo.


 

HUNDERTWASSER O DELLA LINEA CURVA

"La linea retta fa ammalare l'uomo perché non esiste in natura e lo espone, di conseguenza,
a uno stimolo estraneo all'organismo.
Questa linea è una minaccia creata dall'uomo stesso.
Vi sono milioni di linee, ma una sola è portatrice
di morte: quella tracciata con la riga".
Friedensreich Hundertwasser 
(Vienna, 15 dicembre 1928 – 19 febbraio 2000)




FRANCO VALENTE, L'ARTISTA CHE HA BATTUTO LA DISABILITA'

«Non ho memoria di quando ho preso coscienza del mio linguaggio spastico... La comprensione altrui era e rimane tuttora una chimera... E' difficile e drammatico convivere con un linguaggio che non mi consente di esprimere le mie potenzialità.»

 

Franco Valente, romano, classe 1954, è probailmente il primo, o uno dei pochissimi disabili affetti da gravi problematiche neuromotorie collegate alla spasticità a operare come pittore, oltre che come intellettuale e studioso della sua stessa disabilità, tanto da laurearsi in lettere e a scrivere, con prefazione del linguista e professore universitarioTullio De Mauro, il saggio "La lingua legata" (Ed. Riuniti).
Un percorso complesso e doloroso, portato avanti tra mille difficoltà a partire dagli anni '70, quando ancora molta strada era da percorrere sulla via della libertà di espressione e della cultura della disabilità, grazie anche agli incoraggiamenti del maestro ed esperto di educazione visiva Enrico Accatino.
Nascono così tra gli anni '70 e gli anni '80 opere sicuramente limitate nel controllo del gesto e della forma, ma non nella capacità di esprimersi concetti e sensazioni. 

Opere a volte severe (dove il nero predomina). In altri casi, solari, per il rincorrersi di toni verdi, azzurri, rossi, dilavati dall'uso della tempera, della guazza o dell'acquarelo.
Un'opera mai esplorata, che lo pone come un pioniere. Anzi, no. Come un artista vero, capace di trasmettere emozioni.

sabato 15 gennaio 2011

LUIGI D'ALESSANDRO, PITTORE.


Con questo quadro Luigi D'Alessandro partecipa alla IX Quadriennale d'Arte di Roma, e il "Paese Sera" nel racconto critico della rassegna lo pone insieme a Burri, Capogrossi, Afro, Tano Festa tra più interessati tra i nuovi autori.
E' il 1965, e non ha neanche 40 anni. La sua opera incarna lo spirito del tempo, e pone come oggetto della natura morta i ferri e gli attrezzi di una officina meccanica. Anche lui affascinato dal rapporto uomo/macchina che tanto caratterizzò quel periodo. Un percorso che lo ha visto partire all'inizio degli anni '50 con il pittore pavese Mario De Paoli alla volta di Parigi per poi diplomarsi all'Acadèmie de La Grande Chauniere. E quindi debuttare a Roma a Via Margutta con il supporto critico di Marcello Venturoli.

Ecco, questo quadro rappresenta tutto questo. L'orgoglio, la speranza, la passione, il progetto.
Poi, dopo due mostre e sempre ottime recensioni, gli annuari ne perdono le tracce. 
Un destino comune a molti artisti, perchè la storia nella sua crudezza ignora sempre  pause, drammi umani, crisi creative, o il perdersi dietro alle mille difficoltà della vita. 
Per questo l'opera sta oggi qui, su queste pagine digitali. Scoperta sul retro di una cartolina invito del 1965, che riportava sotto al nome dell'autore la dicitura: L'UOMO, LA MACCHINA, LA FOLLIA. DOVE STIAMO ANDANDO? 
Forse non lo sapremo mai.
Roma, anni '50. D'Alessandro, seduto, Al centro della foto.


 

lunedì 10 gennaio 2011

LA CASA ROSSA DI ROBERTO MELLI. UN QUADRO ESEMPLARE.

"La Casa Rossa", Roberto Melli, 1923. Galleria Nazionale di Arte Moderna, Roma, Sala 25, Valori Plastici.

Un piccolo quadro, in parte dimenticato, di valore estetico assoluto, e totalmente inedito per lo stile italiano. Un quadro che i visitatori frettolosi della Galleria Nazionale di Arte Moderna di Roma spesso ignorano, ma che preannuncia la pop art e la pittura metafisica di Hopper che, proprio in quegli anni, aveva iniziato negli Stati Uniti la sua ricerca in felice solitudine. Un quadro del quale non era possibile  sino a pochi anni fa ritrovare traccia nel web, e che solo pochi storici dell'arte citano.

 

Al centro dello spazio una casa rossa su una collina che credevo potesse essere una casa del Lungotevere, a Testaccio, dove Melli abitava, e che ho scoperto poi essere Villa Strohl Fern, vista da via Flaminia Vecchia, all'epoca sede di numerosi studi d'artista ( da Trombadori a Oppo, da Arturo Martino a Guidi), oggi invisibile per la crescita degli alberi.


La "casa" si staglia su un cielo azzurro, uno di quelli che i romani conosco bene, dipinto openso in estate, con l'aria un po' loffia del pomeriggio.

Il quadro poi si sviluppa con un taglio totalmente inedito e fuori dai tradizionali sistemi compositivi, con una linea diagonale che taglia e divide in due il formato quadrotto.

I fiori e la rete diventano una texture astratta

La prospettiva è totalmente rispettata, ma lo spazio diventa addirittura metafisico. Tutto è immerso nel silenzio. Non ci sono persone. Non c'è nessun compiacimento paesaggistico. Non c'è il narcisismo di De Chirico. Non c'è più neanche lo "stile italico" del novecento classicista che imperava in quegli anni. Anzi, chissà perché, mi viene in mente l'immagine della casa della Signora Bates che sovrastava il motel di Psycho, che ho visto a Los Angeles negli studi della Universal e le pitture di quei pittori americani, che, non avendo altro, riprendevano silos e covoni.

 

Nel 1923, dopo aver attraversato il futurismo con dipinti e sculture di valore fondamentali (la donna con il cappello, una lama nella coscienza), appena due anni dopo la Marcia su Roma, due prima del quadro di Hopper, Melli (1885 -1958) aveva aperto una porta che gli italiani non erano stati in grado di vedere. 

 

Edward Hopper - House by the railroad
Oil on canvas 1925 MoMa New York

La casa di Hopper
La casa di Psycho, 1959 Universal Studio


OIL PAINTING: "Grain Farm" ~ John Rogers Cox, 30s
L'arte non rende il visibile. 
Ma rende visibile ciò che visibile, non è.
Paul Klee.



Coal Tower, 1934 - Max Arthur Cohn,

Ralston Crawford - Vertical Building, 1934


IL TRIONFO DELLA MORTE TRA LE MACERIE, SECONDO GEORGE GROSZ

Acquarello su carta, cm. 25,5X25,5
La Morte si aggira tra le macerie della seconda Guerra Mondiale di una città quasi certamente tedesca, Berlino, o forse Dresda, completamente rasa al suolo da 9 kilotoni di TNT sganciati dalle Fortezze Volanti in appena 3 giorni. 
La Morte impugna una bandiera sfilacciata, e senza insegne, ma ride soddisfatta, e avanza nell’acqua per falciare le ultime vite. O irridere ai superstiti.
Questo il tema di uno straordinario acquarello di George Grosz (1893-1959), del tutto inedito, proveniente dal fallimento della Galleria Magnolia di Amsterdam, passato in asta anni fa e ora in una collezione privata. Un quadro realizzato presumibilmente tra il 1944 e il 1949, vista la forte somiglianza della bandiera con quella che ugualmente sventola, lacera, nel celebre “La danza dell’uomo grigio” o con le suggestioni di altre opere come “Chain, Or, Hitler In Hell” e “Il Sopravvissuto” del 1944, “The Pit” e “Peace” del 1946, “L’Uomo Che Grida Ballando” del 1949. Quasi certamente un appunto personale, lasciato sul foglio per fermare lo sdegno e il dolore. La sua forza è infatti tutta nell’immediatezza del tratto, nella velocità di esecuzione, e nella capacità di unire la modernità del disegno con una simbologia arcaica e mistica che riporta al medioevo e ai “Trionfi della Morte” che popolano le pareti delle chiese, da Palermo all’estremo Nord dell’Europa, dal medioevo al Rinascimento, come i due affreschi qui allegati testimoniano. 
Un piccolo quadro, esemplare, che ci riporta indietro nel tempo, e che ci incatena, per sempre, alle nostre responsabilità.
“Chain, Or, Hitler In Hell”, 1944
Il Sopravvissuto, 1944

La danza dell’uomo grigioùù


IL TRIONFO DELLA MORTE

domenica 9 gennaio 2011

FONTE GAIA DI GIOVANNI NICOLINI. L'OPERA DIMENTICATA E FERITA, CHE CHIUDE UN'EPOCA.

Il bambino ha zampette di capra e scruta i passanti con aspetto luciferino, anche se dal suo viso emerge un ghigno divertito che non riesce a dissimulare.
Sotto di lui, padre Sileno e mamma Ninfa lo sorreggono a mo’ di ponte, ebbri di felicità per quel dono forse inatteso. 
Lei, con gli occhi chiusi, assapora questo breve istante. Anzi, sembra pensare e rivedere qualcosa successo molto tempo prima, che la riempie di gioia in un moto di intimo pudore. 
Il padre satiro, invece, incurante di essere metà uomo e metà bestia (la scultura va vista veramente a 360°) è fiero di sé ed esprime il massimo della potenza virile. E tutti e due, infine, si fondono con la natura.



Questo straordinario gruppo scultoreo, arricchito alla base da una fontana di conigli (da cui prende il nome di “Fonte Gaia”) accoglie i visitatori al Giardino del Lago, a Villa Borghese. E’ opera dello scultore, molto celebre al tempo, Giovanni Nicolini (1872 -1956) ed è, senz’ombra di dubbio, una delle più belle sculture presenti a Roma, per la maestria dell’esecuzione e per la forza della composizione, che racchiude le tre figure in un quadrato perfetto, ricco di forza e di tensione.

Un’opera che non ha la fama internazionale che in realtà meriterebbe, probabilmente anche a causa della tarda data di esecuzione (1928), che pone tuttavia il gruppo come l’opera che chiude realmente le suggestioni e i riferimenti culturali della cultura liberty. Che termina qui, all’inizio degli anni ’30, e che fa già presagire, sulla ghiaia, il rumore dei passi di marcia dei legionari fascisti. 

P.S. nel dicembre 2011, qualcuno, forse la stessa banda di disperati che un mese prima aveva trafugato la testa del satiro sempre a Villa Borghese ha decapitato di notte il bambino, rubando forse per sempre quel sorriso. Cerchiamo di non dimenticarlo. E di ritrovarlo.

ALEXEJ VON JAWLENSKY. PAZZO PER IL COLORE.

Vi guarda con occhi sgranati, da finta ingenua, mentre i colori accendono ogni lato del volto a svelare ingenuità e emozioni. E’ una visione a due dimensioni, ma in quei colori c’è il mondo, c'è la gioia e lo stupore di vivere, ma anche il riverbero di un pianeta che si sta incendiando, anche se la gente ancora non lo sa.
Se avete anche voi questa sensazione siete davanti a un’opera di Alexej von Jawlensky (Aleksej Georgievič Javlenskij: ‪Алексей Георгиевич Явленский 1864-1941) figura chiave per capire il rapporto tra avanguardie russe ed spressionismo. Tra arte e sogno.
Nato da una famiglia aristocratica russa, originaria della Germania, i cui membri maschili erano, da lunga tradizione, avviati alla carriera militare Alexej, su spinta del padre, si arruola nell'esercito sino a diventare addirittura "Capitano delle Guardie Imperiali di San Pietroburgo". Ma non è certo la sua vita. E una volta presa coscienza si congeda dall'esercito nel 1896 per seguire la sua passione: la pittura. Ha 32 anni e per i tempi è già un uomo maturo.
L'Accademia di San Pietroburgo, dove comincia a frequentare i corsi di pittura  dal 1889 lo lascia  insoddisfatto. Dopo la vita militare non tollera più in rispetto delle regole. Un nuovo modo di vivere l'arte, libero e sperimentale, si stava infatti sviluppando in Germania e soprattutto a Monaco, città dove, tra il 1890 e l'inizio del secolo, arrivarono da ogni parte d'Europa e dalla Russia giovani artisti che desideravano dedicarsi alla carriera artistica: Kandinsky, Kubin e Klee, che diventeranno suoi amici.
Libero di dedicarsi pienamente alla pittura, Jawlwnsky impiegherà gli anni successivi per viaggi in tutta Europa, soprattutto in Francia, dove rimarrà profondamente colpito dalla scoperta dell'arte post-impressionista di Van Gogh, Cezanne e Matisse. Su questi modelli anche la sua pittura troverà così un proprio linguaggio, orientandosi verso le modalità espressioniste: colori forti, puri, con audaci accostamenti, dalla forte connotazione psichica, stesi in larghe superfici unitarie racchiuse all'interno di spesse linee scure che, da semplici contorni, diventano così segni fortemente emotivi, in grado di delineare l'espressione di forze interiori. Le forme diventavano sempre più stilizzate, sempre meno descrittive. Una ricerca dell'essenzialità, della sintesi tra l'espressione della spiritualità e l'esteriorità del mondo reale.
Nel 1909 sarà tra i fondatori della 'Nuova Associazione degli Artisti', con il connazionale Kandinsky e la sua compagna Gabriele Münter, dimostrando di essere tra gli artisti più attivi presenti in città. Il nuovo gruppo porterà alla creazione del movimento del “Cavaliere Azzurro'” di cui, però, Jawlensky non farà mai parte espressamente, nonostante la sua influenza sui membri del gruppo, soprattutto sul più giovane Franz Marc. E’ in questo periodo che nascono le prime teste, come “Medusa” (oggi conservata al Museo di Lille) della quale in questa pagina vediamo uno studio preparatorio del 1912/1913.
Allo scoppio della prima guerra mondiale, come tutti i cittadini russi residenti in Germania, sarà costretto a lasciare il paese in sole 48 ore e si rifugerà in un piccolo appartamento in Svizzera, a Saint-Pex, sul lago di Lemano, in ristrettezze economiche, con la moglie Helene, il figlio e la von Werefkin. Il forte impatto emotivo dovuto a questo evento traumatico lo condurrà ad una sempre più intensa spiritualità e meditazione interiore, che si rifletteranno anche nelle sue opere. Dimenticati i colori squillanti del periodo ligure, i quadri datati nello stesso anno, 1914, ed eseguiti nell'esilio svizzero, sono caratterizzati da un colore denso e trattenuto, da un' incombente cupezza, da una tavolozza scura ed opaca.
Sono gli anni in cui inizia a dipingere uno stesso soggetto in serie, cominciando dalle “Variazioni su un tema paesaggio”, prendendo spunto da ciò che si vedeva da una finestra di Saint-Prex, finestra che, egli ci dice, era l'unico spazio veramente 'suo' nel minuscolo appartamentino. Questa maniera ossessiva, ripetuta, di rappresentare un unico soggetto in serie, lo accompagnerà per tutta la vita. Dopo il paesaggio si dedicherà ad un altro soggetto, le celebri “Teste”, prima volti femminili (ecco che ritorna Medusa) sempre più scomposti nei loro elementi costitutivi fino a somigliare a composizioni astratte di linee e colori, poi viste come ripetizione del Volto del Cristo, e quindi spunto di riflessione e meditazione interiore. Jawlensky diventerà così il precursore della pittura seriale, eseguita soprattutto dopo la seconda guerra mondiale dagli artisti americani.
Jawlensky rimarrà in Svizzera, a Zurigo, anche dopo la fine della guerra. Tornerà in Germania solo nel 1921: le sue opere saranno esposte in varie città tedesche e, assieme a quelle di Kandisky, Klee e Lyonel Feininger, gli autori con i quali darà vita, nel 1924, al gruppo dei Quattro Blu, le sue tele saranno portate in America. Dal '33 anche le sue opere saranno definite 'arte degenerata' dal regime nazista, contribuendo a rafforzare il suo isolamento e il suo stato di meditazione interiore. Dal 1937 non sarà più in grado di dipingere perché paralizzato a causa di una forma acuta d'artrite che lo colpisce nel 1926. Morirà a Wiesbaden nel 1941.  E sarebbe interessante, un giorno, riuscire ad esplorare quello che può succedere nella mente di un genio com Jawlesky, impossibilitato a esprimersi.

QUANDO GLI OGGETTI SI INCONTRANO IN UN QUADRO.


L'arte polimaterica non è una tecnica ma – come la pittura e la scultura – un mezzo di espressione artistica…”  
(Enrico Prampolini, "Arte Polimaterica" - Roma 1944).

Kurt Schwitters

Limbswish, ca. 1917-1918. Baronessa Elsa von Freytag-Loringhoven
Wunderkammer, XVIII sec.

Lo puoi chiamare "polimaterico". Lo puoi chiamare "assemblage". Qualcuno le ha chiamate "aggregazioni". Ma è soprattutto un'incontro improbabile tra oggetti, materie e materiali. Tra cose che nel mondo reale forse non si sarebbero mai incontrate, nate per diventare parte del mondo tridimensionale, che poi finiscono per ritrovarsi in una nuova dimensione ad un solo orizzonte. In un luogo dove vernice, sabbia, rafia, legno, metallo e materiali plastici finiscono per trasformarsi in una sola cosa. E a dare vita a cose che nel mondo reale non esisterebbero proprio.

Claude Cahun, Object, 1936

Enrico Prampolini anni'30


C'è stato un inizio? Sì, forse in qualche wunderkammer settecentesca (stanza delle meraviglie)  dove in una scatola con una parete di vetro potevano dialogare tra loro conchiglie e scheletri di salamandra  (una stanza così, ad Amsterdam la aveva anche Rembrandt).

Ma è nel '900 che rinasce con il DADA (Kurt Schwitters, Marcel Duchamp, Johannes Baader), con il cubismo (Georges Braque, Pablo Picasso), nella Bahuhaus. Ne diviene un sofisticato produttore Enrico Prampolini negli anni '30 e in senso lato il cubofuturismo russo.

Johannes Baader, DADA BAUHUAS
Man Ray (Emmanuel Radnitzky), "Indestructible  Object (or Object to Be Destroyed),"
1964 (replica of 1923 original)

 Wilhelm Freddie, Sex-paralyseappeal, 1936
Lo adotta Man Ray e, infine, lo adotta Dubuffet (al quale si deve il nome di assemblage, utilizzato per una serie di collage di ali di farfalla titolate Assemblages d'Empreintes 1955 c.a).
Dubuffet, assemblage 1955

Nel 1961 l'esposizione The Art of Assemblage al Museum of Modern Art di New York ne sancisce l'effettiva consacrazione unendo tendenze e opere di Braque, Joseph Cornell, Dubuffet, Marcel Duchamp, Picasso, Robert Rauschenberg (che lo porta nella pop art americana), Man Ray e Kurt Schwitters. William C. Seitz, curatore della mostra, descrisse questa tecnica come "...un qualcosa di improntato sulla ricerca di materiali ed oggetti naturali o fabbricati ovvero non intesi comunemente come strumenti artistici".



Enrico Accatino, 1947





In Italia, dopo le bordate futuriste, a partire dagli anni '50 lo utilizzeranno gli italiani Baj, Roberto Crippa, Enrico Accatino. Robert Rauschemberg lo porterà nella pop art a mericana.

Una tecnica che diventerà, infine la bandiera del francese Arman (accumulazioni) e dell'apolide Daniel Spoerri  con le sue straordinarie tavole apparecchiate.

Robert Rauschenberg

Daniel Spoerri. tavola apparecchiata

L'assemblage attraversa quindi tutto il secolo. Non sembra nè fermarsi, nè esaurirsi. Ma rimane un genere a se stante. Quasi un ragionamento che alcuni artisti si trovano a fare con se stessi. Un'emozione per pochi.  
Perché se un assemblage è bello, comunica. E' come un segreto svelato

Eileen Agar, Angel of Anarchy, 1936
Hartmann Dada Bauhaus 1930 c.a.
Roberto Crippa, fine anni '60
Baj, multiplo, edizione Renault, 1978