UN PROGETTO DI ALFREDO ACCATINO

Un viaggio non scontato tra artisti, visionari e designer da tutto il mondo, molto lontano dai soliti 50 nomi. Non esisterebbero le avanguardie storiche senza maestri sconosciuti alla massa (ma certo non a musei e collezionisti). E non si sarebbe formata una cultura del ‘900 e del contemporaneo senza l’apporto di pittori, scultori, fotografi, designer, scenografi, illustratori, progettisti, costumisti, visualizer, che in queste pagine vogliamo riproporre. Immagini e storie – spesso straordinarie - che rischiavamo di perdere o dimenticare.


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giovedì 22 dicembre 2011

GEER VAN VELDE, MAESTRO ANOMALO



L’oggetto della rappresentazione resiste sempre alla rappresentazione.
E cosa resta di rappresentabile se l’essenza dell’oggetto consiste nel sottrarsi alla rappresentazione? Restano da rappresentare le condizioni di questo sottrarsi.
È dipinto ciò che impedisce di dipingere.

La pittura dei Van Velde emerge, libera da ogni preoccupazione critica, da una pittura di critica e di rifiuto, rifiuto di accettare come dato il vecchio rapporto soggetto-oggetto.

A partire da questo momento restano tre vie che la pittura può imboccare.
La via del ritorno alla vecchia ingenuità, attraverso l’inverno del suo abbandono, la via dei pentiti. Poi la via che non è più una via, bensì un ultimo tentativo di vivere nel paese conquistato. E infine la via in avanti di una pittura che si preoccupa poco sia di una convenzione superata sia delle ieraticità e dei preziosismi delle inchieste superflue, pittura d’accettazione, che intravede nell’assenza di rapporto e di oggetto, il nuovo rapporto e il nuovo oggetto, via che si biforca nelle opere di Bram e Geer van Velde.

Samuel Beckett, Disiecta saggio sulla pittura dei fratelli Van Velde

Samuel Beckett e Geer van Velde, Yew Tree Cottage, Sussex, 1938
Geer Van Velde (1898 - 1977) è un pittore olandese, fratello dell’altro grande maestro astratto Bram Van Velde.
Artista precoce, sulla scia di molti grandi del suo tempo (da Picasso a Balla), già a 12 anni inizia a lavorare come decoratore presso la ditta Schaijk & Kramers. Ma il titolare, colpito dalle sue innate capacità, lo spinge a studiare e a perfezionarsi. Dopo studi più o meno irregolari, e il servizio militare nella Croce Rossa (un obiettore di coscienza in partenza) nel 1925 si reca a Parigi, la città che diventerà la sua casa. Raggiunto dal fratello si stabilirà infatti a Montparnasse.

Cubista ? …nahhhh. Razionalista? Bah.
In un mondo di «ismi» e «neocose» Geer elabora un linguaggio assolutamente personale. Astrattista della prima ora, ma lontano da gesti eclatanti. Simbolo dell’avanguardia del ‘900, ma anche di una ricerca che lo riporta ai valori primi della pittura, quasi un «primitivo». 
Con un stile geometrico fortemente riconoscibile, che utilizza gamme cromatiche chiare e trasparenti, in una continua ricerca di equilibri compositivi. Più vicino a Morandi, come rigore, che ai Cubisti, o al De Stijl, secondo uno stile che lui stesso chiamerà «exploration-introspection» che vive nelle opere finité, come negli studi e nei bozzetti.


Divenuto amico di Samuel Beckett, che sull’opera dei due fratelli realizzerà un famoso saggio onirico, del quale abbiamo oggi presentato degli estratti, viene definitivamente lanciato dalla Galleria di Peggy Guggenheim e dalla Mostra londinese del 1938.
E’ l’inizio del successo, che lo portera a viaggiare per tutto il mondo, ottenendo importanti premi nelle maggiori rassegne internazionali, riconosciuto come uno dei massimi esponenti della Nouvele Ecole de Paris.
Con l’orgoglio di una sua retrospettiva, organizzata appena 46enne, nel 1944 proprio a casa sua, allo Stedelijk Museum in una Amsterdam appena liberata.
Morirà a Cachan nel 1977.
Sue opere sono esposte al Musée National d'Art Moderne di Parigi, al Museo di Arte Contemporanea di San Paolo, al Moma di New York.

martedì 22 novembre 2011

ROLAND TOPOR. RIPETETE. ROLAND TOPOR.

"Per guadagnare da vivere io non dispongo che dei prodotti derivati dalla mia paura...La realtà in sé è orribile, mi dà l'asma. La realtà è insopportabile senza gioco, il gioco consente un’immagine della realtà. Io non posso perdere il contatto con la realtà, ma per sopportarla ho bisogno di questo gioco astratto che mi permette di trovare quello che può essere ancora umano."
Roland Topor

Non ci sono mezze misure. Topor o si amava o si odiava. E a me,  da ragazzetto amante dell’arte, stava francamente sulle balle. Con quella sua faccetta tonda, quasi brachicefalo, e quei suoi modi sbruffoni. Almeno così mi sembrava quando disegnava con la luce, scimmiottando Picasso davanti al vetro.
Poi, nel tempo, ho iniziato a trovare su di lui frammenti, racconti e riferimenti. E ho iniziato a vedere tracce di genialità in immagini, grafiche, schizzi, racconti.
Ad esempio quando feci la tesi di laurea su Buzzati e su “Il Viaggio di Mastorna”, e parlando con Fellini, venni a sapere che era proprio Topor la fonte di molti suoi sogni. Il talent visionario che iniziava a buttar giù immagini esagerate e trasgressive ad ogni suo input, e che gli passava come macchina del pensiero, e che lui teneva chiuso nella stanza d’albergo a scarabocchiare (come ne "Il fantasma del Palcoscenico").
Poi parlai con Giovanni Gandini, fondatore di Linus, che mi regalò un poster di Topor e mi disse che era la persona più folle e imprevedibile che avesse mai incontrato nella sua vita. Come quando di rovesciò a un ristorante il tubo di ketchup in testa per raccontare un'idea di copertina.

Iniziai così a sfogliarlo, leggerlo, desiderarlo. Per poi scoprire
che dal suo romanzo "Le Locataire Chimérique" era stato tratto "L'inquilino del Terzo piano" opera simbolo di Roman Polanski, presente anche come attore: ...un giovane archivista, preso in affitto in una vecchio palazzo un appartamento nel quale inquilina precedente s'è uccisa buttandosi dalla finestra, ne assume a poco a poco l'identità….

E ora che Topor non c’è più, rimango sorpreso a vedere molti pochi lo conoscono. E quelli che lo conoscono, in realtà, non lo hanno mai conosciuto veramente.
Forse servirebbe una mostra, vera. Una mostra capace di ridare vita ai sui mostri, e a incubi attualissimi, trasgressivi e corrosivi ancora adesso. Forse anche di più.

Roland Topor (Parigi, 7 gennaio 1938 – Parigi, 16 aprile 1997) è stato uno scrittore, sceneggiatore e illustratore francese. di origine ebreo-polacca,  figlio del pittore e scultore Abram Topor.
Bambino, fugge da Parigi per poi trasferirsi in Savoia, dove la sua famiglia si nasconde per sfuggire all'occupazione nazista. Studia all'École nationale supérieure des beaux-arts di Parigi e, dal 1961 al 1965, collabora alla rivista satirica mensile Hara-Kiri, dove si fa notare per un cinico humor nero, tipico dei suoi lavori. È tra i fondatori, nel 1962, del celebre movimento surrealista Panico, assieme a Fernando Arrabal e Alejandro Jodorowsky. Nel 1964, a 26 anni,  scrive il suo primo romanzo.

Nella sua eccentrica carriera artistica ha fatto di tutto: dalla pittura all'illustrazione, dal teatro alla fotografia, dall'incisione alla scultura, dal cinema d'animazione ai romanzi, dalla musica alla televisione. E tutto questo sperimentando nuovi linguaggi espressivi e rimanendo fedele alle sue convinzioni e ai suoi principi. Erede del nichilismo dadaista, è riuscito con la sua enigmatica arte a demolire qualsiasi forma di autorità precostituita, ridimensionando contemporaneamente sia il borioso sapere scolastico che la cultura ufficiale imperante. Illuminante il fatto che abbia frequentato la rinomata Accademia di Belle Arti del bar di fronte, come amava ricordare, rifiutando così di diventare un'artista/pollo di batteria come tanti altri. La sua immaginazione sadica e il suo tagliente umorismo nero hanno disvelato, senza mezzi termini, l'assurdità nascosta nel reale, regalandoci un intimo e perturbante brivido. I suoi esseri umani immondi e mostruosi, raffigurati in preda ai piaceri più sfrenati e aggressivi, fanno pensare alle fantasie devianti di un moderno Hieronymous Bosch.
Ha scritto Luca Sforzini. “Viviamo i dettagli angoscianti delle sue opere, fino quasi a sentirne l'acre odore e ad apprezzare, sconvolti, l'elasticità delle carni lacerate. Il mondo rivela la sua doppiezza, l'ipocrisia strisciante e l'artista, indignato, la mostra in tutta la sua repellente virulenza”
Da ricordare anche la sua collaborazione, in Italia, con la rivista satirica "Il Male” e il lungometraggio "Il pianeta selvaggio" nel 1973 premio speciale della Giuria di Cannes.

lunedì 21 novembre 2011

TOMMASO BUZZI. O DELLA SREGOLATEZZA.

Un'opera d'arte è soprattutto un'avventura della mente.
Eugene Ionesco 

L’indirizzo è questo: Umbria, Montegabbione, La Scarzuola. Un convento del 1200 trasformato dall'architetto e designer lombardo Tommaso Buzzi (Sondrio 1900 - Rapallo 1981), che acquistò il complesso nel 1957 per costruire la "città ideale" del ‘900.



Il recupero del convento fu il primo atto del progetto di Buzzi subito dopo passò ai giardini, trasformando gli orti dei frati in un fantastico impianto verd. dove, tra siepi di bosso, statue e pergolati, si rievoca il mito d'amore di Polifilo e della  ninfa.
Ultimato così il recupero della "città sacra", Buzzi passò ad edificare la sua "città profana", che chiamerà "Buzziana".
 Gli edifici sono collegati tra loro da zone teatrali vere e proprie 
(scene, gradinate, grandi vasche) realizzate sul rilievo del terreno e sostenute da poderosi muri di tufo. La Buzziana appare proprio una città profana, sovraccarica com'è di riferimenti e citazioni: ovunque vi sono impressi motti, monogrammi e simboli indecifrabili. Concepita in base ad un personalissimo neo-Manierismo, la cittadella presenta forme sconcertanti e complesse: vi abbondano scalinate, modi espressivi "alla rustica", bassorilievi di mostri, statuine, figure fitomorfe "alla Arcimboldi".
 C'è un affastellarsi di edifici e monumenti che ha del miracoloso: strutture circolari, osservatori astronomici, costruzioni zoomorfe e pozzi di meditazione, templi pagani con una torre di cristallo che pare il pinnacolo di una cattedrale. 

 
L'opera dell'architetto Buzzi rappresenta uno dei capitoli più interessanti ed ancora meno studiati della storia delle arti visive del XX secolo. Ebbe relazioni strette con il gruppo del Novecento Milanese (Muzio, Cabiati, De Finetti) ed iniziò con Gio Ponti una collaborazione lunga e fruttuosa, che si estese dall'architettura, all'urbanistica, al design, alla partecipazione con articoli ed interventi alle pagine di "Domus", la prestigiosa rivista fondata nel 1928 dallo stesso Ponti. Buzzi fu infatti uno dei protagonisti degli avvenimenti artistici più importanti di quegli anni e uno dei maggiori architetti italiani del novecento (membro fondatore del Club degli urbanisti partecipò ad esempio al famoso concorso per la sistemazione urbanistica di Milano con il progetto Forma urbis Mediolani); ebbe ruoli organizzativi di spicco in manifestazioni internazionali sulle arti applicate (Triennale di Milano, padiglioni dell'Enapi, Mostra Internazionale di Amsterdam, Mostra Nazionale dello Sport ecc.); tra i fondatori del Labirinto, ricoprì la carica di direttore artistico per la Venini di Venezia, collaborando con i principali artisti nel campo del vetro.




Le arti applicate costituiscono uno dei terreni privilegiati in cui si concretizza la fantasia creativa di Buzzi, che si occupò della progettazione di mobili, di ceramiche, di pizzi e merletti, lampade orologi ed ogni tipo di oggetti d'arredo. Gli interessi di Buzzi presero da subito una piega più originale - irriverente e insieme straordinariamente colta - rispetto agli altri personaggi della scena milanese, che lo rese forse meno conosciuto al grande pubblico (egli scelse anche un volontario isolamento e smise di pubblicare le proprie opere dalla fine degli anni '30), ma che gli valse l'ascesa ad architetto ufficiale della nobiltà ed alta borghesia italiana (ad es. casa Agnelli o Villa Volpi di Misurata a Sabaudia, nella foto in alto).


Straordinaria anche la produzione di schizzi, bozzetti e costumi teatrali (qui a sinistra, un bozzetto lirico per la Carmen dei primi anni ’50) che lo pongono in una dimensione eclettica ed europea. In quell'aurea di trasverslità che oggi sembra impensabile. E che, forse, lo era anche in quegli anni.

Tommaso Buzzi, a destra, in Brasile con il musicista Ottorino Respighi, fine degli anni '20

lunedì 14 novembre 2011

BEUYS, IL CONTROARTISTA


Joseph Beuys (1921 – 1986), artista tedesco, padre dell'arte concettuale, amico dell'arte povera, provocatore nato. Uno che quando era in vita, stava sulle balle, ma che oggi ci manca. E finisci per capirlo di più. Un artista un po' burbero, con l'espressione da bracco di Weimar, a cui piaceva bere con gli amici, sporcarsi le mani, ridere, mantenendo sempre l'aria triste. Capace di trasformare il proprio cappello in un'icona e una propria foto sfocata in un'opera d'arte. 
Ad elevare il multiplo a forma trasversale di comunicazione. 
Di sè e degli altri diceva: 

 "





LUCIO FONTANA, IL DIO DELLE PICCOLE COSE.


Sono stato nello studio di Lucio Fontana, a Milano. Uno spazio di 38 mq, in un cortile interno, con una finestra che dà sulla strada. Una specie di vetrina, stretta e alta, nella quale  Fontana esponeva suoi quadri, senza sperare in grandi vendite, come mi disse l'ex custode del palazzo, che ricordava ancora le facce sorprese dei passanti.
Ci ho ripensato. E mi viene in mente che anche per questo, forse, che le sue opere hanno sempre dimensioni contenute. Come se fossero state pensate proprio per essere esposte in quella vetrina. Perché la storia, ha tanti misteri. Ma a volte, soluzioni semplici.
Lucio Fontana, Scultura, legno traforato.
Non solo quadri, ma ceramiche (un mondo ancora oggi tutto da scoprire e da valorizzare, con opere che quelle di Leoncillo possono riscrivere la storia del settore).
O anche micro sculture, formato vetrina, come questo prezioso stendardo di legno del 1956.
Levigato, forato, tagliato, e infine firmato con il fuoco, in una sorta di pirografia.
Voluto per esplorare una nuova dimensione. Che rinuncia, ancora una volta alla bidimensionalità.
Prima che la grande mostra del 1964 alla Galleria Marlborough di Roma del 1964 ne sancisca la definitiva consacrazione.

Lucio Fontana, Ceramica.

WALTER DEXEL. LA RIVOLUZIONE DELLA RAGIONE



L'arte contesta il reale, ma non vi si sottrae.
Albert Camus 

Quando si pensa alle Avanguardie Storiche, ci si immagina giovani incendiari e provocatori, come Majakovskij. O irruenti e mondani, un po’ in stile Marinetti e futuristi. Urla, rottura delle visioni prospettiche, trasgressioni. Un pittore che interroga il mondo e lo traduce in piani di colore composti, austeri, anomali. Poggiati su tela o carta in maniera meno maniacale di Mondrian (il nero che separa con una porta), quasi a volere lasciare spazio all’indecisione del gesto. Al libero arbitrio. Bisogna vederlo un suo quadro da vicino per capire lui e la sua personalità, e perché quella sua visione scatenò le ire del nazionalsocialismo.


Walter Dexel (Monaco di Baviera, 1890 – Braunschweig, 1973) è stato uno dei grandi protagonisti delle avanguardie del ‘900, e una delle più lucide personalità del Costruttivismo, collegando idealmente Germania, Russia, Olanda. Autodidatta, si laurea nel 1916, frequentando in maniera caotica corsi di pittura a Monaco. E’ il viaggio in Italia del 1912 che lo spinge a dipingere i suoi primi quadri, ispirati al Cubismo e a Cezànne.   Alla fine della I Guerra Mondiale, nel 1918, inizia a esporre con Campendonk e con gli artisti della Bauhaus come Moholy-Nagy. All’inizio degli anni 1920, lo stile volge verso il Costruttivismo, che lui interpreta con uno stile misurato e pensoso, molto diverso da quello degli altri maestri.


Lavora come tipografo, pubblicitario, grafico, e si avvicina al Neoplasticisimo, ricollegandosi a Theo van Doesburg, esponendo a Berlino presso la "Der Sturm". Iniziano vent’anni, sino al secondo conflitto di una pittura “Alta e maestosa, ma allo stesso tempo semplice e diretta” che lo renderanno uguale solo a se stesso.
Diventerà docente di design alla Kunstgewerbeschule a Magdeburg, per poi dimettersi in polemica con il nazismo (1935-1936), accusato di essere esponente dell’Arte Degenerata. Morirà a Braunschweig nel 1973, celebrato come uno dei maggiori artisti tedeschi del '900.
E’ esposto al MOMA di New York e nei maggiori musei del mondo.


Il lavoro grafico, esposto al Moma di New York




venerdì 11 novembre 2011

OSVALDO LICINI, LA SOLUZIONE E' NELL'ENIGMA

Artista è soltanto chi sa fare della soluzione un enigma
Kraus, Karl

Osvaldo Licini (Monte Vidon Corrado 1894 - 1958. Pittore. Nel suo paese lo consideravano un pazzo. Innocuo, ma pazzo.

Nel 1911 si iscrive all'Accademia di Belle Arti di Bologna e in seguito si trasferisce a Parigi dove prende ispirazione dalla pittura di Matisse.Nel 1958 vince il premio della Biennale di Venezia. Negli anni '20 Licini si rivolge ad una pittura di paesaggio post-impressionista e fauve, con una riflessione su Morandi, ma la prima esposizione risale al 1914, all'Hotel Baglioni di Bologna. La sua fama è dovuta al fatto di essere stato uno dei primi in Italia a muoversi negli anni '30 verso l'astrattismo, inteso in senso europeo. Nel 1935 infatti è a Parigi e visita lo studio di Kandinsky e la mostra di Man Ray alla Galleria di Cahiers d'Art. L'astrattismo di Licini è comunque sia lontano dagli altri italiani, di Como e Milano. La sua pittura astratta è poesia, è potentemente lirica: è l'unico che si libera dalle gabbie del razionalismo geometrico attraverso il colore, la fantasia e un segno che lo conduce in un clima decisamente espressionistico e quindi pre-informale. L'unico artista a cui può essere avvicinato è Klee. Gli anni '40 segnano l'abbandono di ogni dogma e la sua arte entra nel campo di un surrealismo fantastico sui generis, in cui influenze nordiche (la moglie era svedese), poesia simbolista e post-simbolista, proprie riflessioni e motivazioni poetiche si fondono in serie di straordinaria intensità che arriveranno negli anni '50 a una totale immersione in un mondo non sognato, ma fantastico e fatto di sola arte e di una riflessione sulla propria pittura. Nel suo paese dicevano che era matto. Innocquo, ma matto.

mercoledì 9 novembre 2011

NICOLA NEONATO. LA NASCITA DI UN'IDEA.



C'è qualcosa che mi affascina più di un'opera d'arte. E' l'idea in essenza dell'opera d'arte. E' lo spunto che nasce da pochi e semplici segni.
Per questo adoro i disegni fumosi di Hery Moore nella metropolitana di Londra, i bozzetti di Grosz, le linee appena accennate di Erich Mendelsohn per la torre Einstein. Ma più di tutto, mi affascina l'opera degli scultori, che traggono dalle due dimensioni ispirazioni per conquistare la terza. Come in questi bozzetti di Nicola Neonato, scultore sanguigno, capace di fermare l'intimità di uno sguardo e di un gesto, che poi trasformerà in una costruzione massiccia e colossale. Nei suoi bozzetti c'è anima, passione, e pittura. Nel senso di tradizione della pittura. Un segno che poi si evolverà in un nuovo linguaggio. Creando opere apparentemente simili, ma mai così diverse.



Nicola Neonato (Rapallo 1912 – Genova 2004), scultore, pittore.
Pittore post-espressonista e scultore attivo sin dagli anni '30 in Liguria, a Milano (dove ebbe per 12 anni uno studio in Via Solferino) e quindi a Genova, ha realizzato decine di monumenti pubblici, caratterizzandosi per la forza della sua espressività.
Rimasto attivo sino in tarda età ha prodotto importanti monumenti, molti dei quali dedicati alla lotta partigiana (era stato Capo Brigata) come quelli di Rapallo, Genova, Sestri Levante. Ma anche di opere discusse, come la stele dedicata a due giovani rimasti uccisi a metà degli anni ’70 a Milano, eretta nel 1976 a piazza Santo Stefano, sulla spinta del movimento operaio, sfidando le autorità.
Da un’intervista a Neonato sul monumento a Zibecchi (2000)
Avevo ottime critiche come artista. Ero affreschista, ho fatto molte sculture, ho fatto almeno 20/30 monumenti per i partigiani con tantissime figure, almeno 400. Ce n'è uno a Sestri Levante, importante. Io simpatizzavo per i ragazzi: Ho fatto il monumento senza volere niente ed ho pensato a due poveri ragazzi morti. Quando è stato inaugurato c'era un corteo di 5.000 giovani. Sono stato io che ho suggerito di metterlo su di notte. Poi al mattino era ancora fresco. E' un ricordo simpatico perché l'ho fatto per niente, anche la fonderia l'ha fatto per niente perché erano simpatizzanti. Allora si chiamava Cubro, era a Novate Milanese. L'ho fatto volentieri perché erano due ragazzi ammazzati, uno da un fascista l'altro dai Carabinieri.


martedì 8 novembre 2011

RODCHENKO E IL SENSO DELLA PUBBLICITA'.

"Io fui il solo dei tanti artisti e innovatori che si dedicò alla pubblicità. I testi dovevano crearmi un’infinità di problemi. Erano prolissi, noiosi, privi d’interesse. Correggevo io stesso le scritte ma non era facile convincere i clienti ad accettare tagli ed abbreviazioni. Una volta, per esempio, mi toccò lavorare su questo testo: “chi non possiede azioni Dobrolët [associazione volontaria per l’aiuto allo sviluppo dell’aviazione] non è cittadino dell’Unione sovietica”. Non si trattava né di poesia né di uno slogan. Il testo cadde sotto gli occhi del mio amico Volodja, poeta, che scoppiò a ridere e si mise a fare del sarcasmo.
Mi arrabbiai e lo rimproverai, dicendogli che, se i buoni poeti non sapevano che ridere della cattiva pubblicità, non vi sarebbe stata mai una buona pubblicità.

Rimase in silenzio. Ci pensò su e finì per darmi ragione. Cominciò così la nostra collaborazione...»
 
Dai Diari di Aleksandr Michajlovič Rodčenko (in russo Александр Михайлович Родченко) (San Pietroburgo, 23 novembre 1891 – Mosca,1956), fotografo, grafico, teorico della visione, uno dei maggiori esponenti delle avanguardie russe tra il 1920 e il 1940.
Per capire il senso della pubblicità e della creatività. 
La madre

 

giovedì 3 novembre 2011

Heinrich Rauchinger. A cosa serve un'arte perfetta in un mondo imperfetto?

Esistono degli uomini che non possono avere
nessun conforto, se non l'illusione.
Maksim Gorkij


Il quadro che vedete è opera di un grande artista polacco di origine austriaca, Heinrich Rauchinger, un virtuoso destinato a morire di fame e di stenti nel campo di concentramento di Theresienstadt nell’odierna repubblica ceca.
Questo mi fa nascere una considerazione e una domanda. Può esistere un Dio capace di far morire in un campo di concentramento qualcuno a cui aveva consegnato il segreto della perfezione formale?
Ma soprattutto, a cosa serve raggiungere questo virtuosismo tecnico, asservire per un attimo la realtà apparente, credere in valori estetici tradizionali, rassicuranti, quando la storia precipita nel buio e il bello viene schiacciato dal male?


Professor Kotari Araki, 1923-1926 Imperiale Università di Tokio, 
professore emerito a Vienna e Berlino, economista

Una vicenda privata che diviene specchio della storia dell’arte, per un artista profondamente mitteleuropeo che ha attraversato tutta la pittura di genere, con tele anche di convenienza, che realizza poi nel 1926 due ritratti “esotici” un intellettuale giapponese e sua sorella, a dimostrazione che la globalizzazione fosse già un fatto reale.
In quello stesso anno Adolf Hitler marciava con duecento uomini a Weimar. Picasso s’incontrava a Parigi con Dalì, dando l’ultima sterzata all’arte moderna. E Heinrich, come un chirurgo dell'arte figurativa, ripercorreva la tecnica artistica risalendo indietro nel tempo, sino a Holbein e a Pisanello, fregandosene delle avanguardie e del modernismo. Con quel corpo che prende forma, si stacca lentamente dalla carta, mantenendo nel punto di congiunzione un sottile tratteggio e sfumature di biacca. E quel volto che emerge dal fondo e che sembra fremere di vita, di orgoglio.

A cosa serviva dunque quella maestria? Cosa avrebbe portato come contributo nell'estetica del mondo?
Io non lo so, e forse anche lui se lo sarà chiesto vedendo sparire le sue certezze tra le baracche di un campo di concentramento. In un inverno tra i più freddi del secolo. In un secolo fra i più folli della nostra memoria.

Indiscusso maestro figurativo, nasce a Cracovia nel 1858 (dove usa il nome Heinrik Rauchinger). Studia con Jan Matejko, detto il “maestro delle scene di battaglia”, per poi trasferirsi a Vienna, dove frequenta la Akademie der bildenden Künste nel pieno dell'atmosfera della Secessione, divenendo prossimo a Klimt che conosce e che visita nel suo studio.
Inizia quindi una carriera di successo, che lo porterà a girare l’Europa, divenendo membro della Accademia delle Arti di Vienna "Kuenstlerhaus".
Emblematici i ritratti realizzati tra il 1923 e il 1926. Raffigurano il professor Kotaro Araki (a volte scritto Kotori), e sua sorella Mitzuko Araki.
Araki era un insigne economista, professore dell'Università Imperiale di Tokio, prima alla Scuola di Economia dell'Università di Vienna, e poi all'Università di Berlino. Amico e ispiratore di Joseph A. Schumpeter, autore della fondamentale Teoria dello sviluppo economico, che avrebbe portato al socialismo per via parlamentare, opponendosi alla rivoluzione.

Rauchinger si troverà infine, nel 1942, nel posto sbagliato al momento sbagliato. Nel campo di Theresienstadt morirono, infatti, almeno 16.000 persone, inclusa Esther Adolphine (sorella di Sigmund Freud), Friedrich Münzer (noto studioso di storia classica tedesco) e due fratelli della nonna del politico americano John Kerry. La maggior parte dei decessi avvenne negli ultimi mesi del '42. Quello del Prof. Rauchinger è registrato il 18 agosto 1942, anche se esistono ancora dubbi sulle dinamiche e sulla data.
Alla fine del conflitto il campo conterà 44.000 morti. Sui 1015 deportati da Vienna ne sopravviveranno solo 39.

George Steiner nel suo saggio "Linguaggio e silenzio" scrisse:
"Noi veniamo dopo. Adesso sappiamo che un uomo può leggere Goethe e Rilke la sera, può suonare Bach e Schubert, e quindi, il mattino dopo, recarsi al proprio lavoro ad Auschwitz. Dire che egli ha letto questi autori senza comprenderli o che il suo orecchio è rozzo, è un discorso banale e ipocrita. In che modo questa conoscenza pesa sulla letteratura e la società, sulla speranza? Perché le Università, le Arti, il Mondo Libero non sono riusciti a opporre una resistenza adeguata alla bestialità politica: spesso anzi si levarono ad accoglierla, a celebrarla, a difenderla, perché?...."


Mitzuko Araki (1901-1986) ritratta a 25 anni



Arrivo al Campo

 

lunedì 10 ottobre 2011

JULES ARMAND HANRIOT. L'IMPRESSIONISTA CHE DIVENNE PAZZO PER AMORE.

Lo so, potrebbe sembrare una forzatura come periodo storico, per un blog dedicato al '900,  parlare di un impressionista. Ma era irresistibile la storia avvolta nel mistero di questo giovane talento che, forse il '900 è riuscito anche a vederlo, senza che il '900 lo sapesse. Ma andiamo per ordine.
Jules Armand Hanriot, nato ad Arpajon nel 1853 fu infatti un famoso pittore, grafico e disegnatore francese. Così talentuoso che, poco più che ventenne, viene scoperto e quasi adottato da Manet, che lo ospiterà addirittura nella propria casa, e che lo farà esporre, con lui, nel 1877 e nel 1880, nel Salone degli Artisti Indipendenti.

Impressionista all'inizio della sua carriera, più oleografico con il passare del tempo, ha un segno sensibile ed elegante, che conquista ben presto il mercato e l'ammirazione dei suoi contemporanei. Il problema è che conquista però, come risulta da alcune lettere, anche la moglie del maestro. Tanto che il maestro, scoperta la tresca, infuriato, lo caccia di casa, minacciandolo addirittura di ucciderlo.

Madame Manet (Suzanne Leenhoff, 1830 - 1906),
in un ritratto del marito Eduard. Alle spalle, Lèon.
E' in questa chiave che la leggenda spiega la sua repentina uscita di scena a Parigi, tanto da indurre numerose biografie e dizionario della pittura a indicare la sua data di morte nel 1887, facendo fede ai commenti che circolarono al tempo.
In realtà, da studi più accurati sembra emegere la verità.
Dopo circa cinque anni di silenzio, ritorna infatti alla vita artistica, esponendo al Salone d'Autunno nel 1910 e nel Salone degli Artisti Francesi, 1920. Ma ha ormai perso l'originalità, la passione, l'amicizia di un grande maestro.
Morirà a Parigi nel 1921, forse chiedendosi se ne fosse valsa la pena.


Interessante questa pregevole tavoletta su legno, una fosca scogliera dei mari del nord, che a differenza delle frequentazioni ricorda il celebre ciclo di Monet. Una ricerca cromatica composta ed elegante che vale una lezione di pittura.