UN PROGETTO DI ALFREDO ACCATINO

Un viaggio non scontato tra artisti, visionari e designer da tutto il mondo, molto lontano dai soliti 50 nomi. Non esisterebbero le avanguardie storiche senza maestri sconosciuti alla massa (ma certo non a musei e collezionisti). E non si sarebbe formata una cultura del ‘900 e del contemporaneo senza l’apporto di pittori, scultori, fotografi, designer, scenografi, illustratori, progettisti, costumisti, visualizer, che in queste pagine vogliamo riproporre. Immagini e storie – spesso straordinarie - che rischiavamo di perdere o dimenticare.


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sabato 7 ottobre 2017

BEAUTY TORTURE 1930/1940

Sono stati anni terribili per le donne in quel ventennio nel quale le potenzialità della tecnologia sembravano rendere possibile la bellezza eterna. O quantomeno il salto di qualità nel mondo beauty & coiffeur. Apparecchi elettrici, phon veicolati con sistemi industriali, scariche con elettrodi…
Bellissimo anche il  brevetto "The beauty calibrator" Max Factor che inventa l’apparecchio misuratore delle linee estetiche del volto, che rende le donne simili alla Dama di Norimberga o a Hellraiser. Come sempre negli Stati Uniti, in qualche sperduto coiffeur dell’Alabama o dell’Arkansas muore qualche casalinga disperata, folgorata o arrostita. Ma è il progresso, bambola!
 


"The beauty calibrator" Max Factor 







domenica 1 ottobre 2017

A.C.M. ARCHITETTURA PER LA MENTE.

Molti artisti esponenti dell’Outsider Art seguono due strade diametralmente opposte. Vivono in totale solitudine affettiva o in una totale simbiosi creativa e spirituale. Come nel caso di Friedrich Schröder Sonnenstern o di A.C.M., sigla che sta per Alfred Corinne Marié, unione del suo nome (Alfred Marié) e quello di Corinne, la donna della sua vita, incontrata nel 1974, spesso suo unico contatto con il mondo esterno.

 
Alfred Marié nasce a Hargicourt, in Francia, e si diploma per diventare imbianchino edile. Ma non gli basta. Nel 1968 entra nella Ecole Régionale Supérieure d'Expression Plastique di Tourcoing. Dopo cinque anni abbandona gli studi, distrugge le sue opere e tenta il suicidio. Il male oscuro è diventato da ora il suo socio in affari.
Dopo due anni di psicofarmaci conosce Corinne, con la quale inizia una vita errabonda e fatta di stenti, per poi decidere di ritornare nella casa di famiglia di Alfred, abbandonata parecchi anni prima, che anche vicino il laboratorio di tessitura del padre.

Ricomincia così a realizzare opere d’arte, raccogliendo e archiviando centinaia di oggetti (radio a transistore, vecchie macchine da scrivere, orologi, scarti industriali, fili elettrici,.) che pulisce, sabbia, assembla, donandogli un ordine superiore.
Costruisce astronavi lanciate nella sua mente, crea forme zoomorfe, che manipola bruciando i singoli elementi con l'acido, permettendo loro di arrugginire, deformandoli e pitturandoli.
Crea. E vive.




CAMPO E CONTROCAMPO. IL MONDO VISTO DA QUADRI E SOGGETTI.

Ogni volta che vedi una foto, c’è qualcuno che l’ha scattata. Ogni volta che vedi un ritratto, c’è qualcuno che l’ha dipinto. E il soggetto osserva te. O qualcosa che non vedi, che forse è alle tue spalle, che spesso non saprai mai.
Questo tema mi affascina, e affascinava alcuni autori rinascimentali, e che avevano inserito nel quadro uno specchio, come Jan van Eyck nel ritratto dei Coniugi Arnolfini (1434).
Così Velasquez inserisce il re Filippo IV e la Regina Mariana di Austria che osservano la scena (reverse shot) de Las Meninas (Le damigelle d'onore) del 1656. E tanti autoritratti, a partire da Escher, rimandano il controcampo, il tasto che oggi sui palmari trasforma la reltà oggettiva in selfie.
Un gioco intellettuale di rimandi che un artista concettuale come Giulio Paolini sfruttò per l’opera “Giovane che guarda Lorenzo Lotto”, 1967. Fotografia su tela emulsionata. Ineceppibe da un punto di vista semantico.
Ecco perché condivido con voi qualche cambio di punti di vista. Nel tempo. Come la foto (campo e controcampo) di prigionieri tedeschi nel 1945 obbligati a vedere per la prima volta un film con le immagini dei campi di concentramento nazisti. Straordinarie le reazioni di imbarazzo, dolore, vergogna, ma anche la posa riflessiva di uno di loro. Tutta da leggere e da interpretare…



 
prigionieri tedeschi nel 1945 obbligati a vedere 
per la prima volta un film con le immagini dei campi di concentramento nazisti
 
1929. le riprese del ruggito della MGM

1924. Howard Carter dopo aver aperto la porta e inserito una lampada, 
osserva il sarcofago di Tutankhamen

1967 The Beatles sul set di della cover Sgt. Pepper's Lonely Hearts Club Band

 
Self Portrait with Wife and Models, Paris, 1981
Batman e Robin sul set ,1966

 
I Coniugi Arnolfini(1434), Jan van Eyck

 
 
 

Autoritratto, Cornelius Escher


Self Portrait of Grand Duchess Anastasia Romanov - 1916



Parmigianino, autoritratto con specchio convesso, 1566

sabato 30 settembre 2017

PUYO E LA SCONFITTA DEL PITTORIALISMO

Quando la fotografia fu inventata, interessò molti artisti che si diletteranno con il mezzo (e spesso ci si mantennero), o lo utilizzarono per realizzare i bozzetti di quadri, ma per decenni non venne mai considerata un’arte vera e propria, ma solo una tecnica. Un modo per fermare il presente in maniera oggettiva.  A partire dal 1890, un ufficiale francese, comandante di artiglieria in Algeria, inizia a pensare che non fosse così e che la fotografia potesse essere, al contrario, essere considerata Arte. La fotografia – diceva - deve creare una bellezza indipendente dal tema rappresentato, o tale da rafforzarlo. Così i fotografi d’arte dovrebbero essere più interessati alla bellezza piuttosto che a un semplice fatto.  Per questo iniziò a manipolare le immagini, convinto che l’intervento del “creatore” togliesse la prevalenza alla macchina per comuicare l’emozione dell’uomo.

Nymph by Émile Joachim Constant Puyo, 1904. 

 


Émile Joachim Constant Puyo (1857 - 1933) non era un ufficiale qualunque. Era il rampollo di una ricca famiglia, nipote del famoso scrittore Édouard Corbière, e cugino di Tristan Corbière, un poeta che un tempo leggevo e adoravo, così folle da girare per Parigi con un maiale al guinzaglio.  Puyo, che da ragazzo disegnava, e che aveva iniziato a familiarizzare con l’obiettivo riprendendo le proprie opere, riteneva che la elaborazione di una fotografia fosse una vera e propria “espressione di individualità”.  Nel 1896 pubblica il primo volume teorico Notes sur la Photographie Artistique, nel 1902 esce dall’Esercito e si circonda di altri fotografi che ritenevano, come lui, che la fotografia fosse una forma di arte alta, come la pittura o la scultura, tanto da dare vita a un vero movimento, che troverà nel Photo Club di Parigi, fondato da Maurice Bacquet, la sua casa.  Lo stesso Puyo ne diventerà presidente per vent’anni, ma troverà da civile, la sua prima sconfitta.  La cultura delle avanguardie a partire dal 1915 prende a calci le sue teorie, portando la manipolazione su tutte altre strade, all’antigrazioso, al movimento, compreso l’astrattismo. E Puyo si ritroverà, praticamente da solo, a chiudere, alla fine degli anni ’30 la saracinesca del movimento.


 
 
 
  
Émile Joachim Constant Puyo




PHILADEPLHIA WIREMAN. UNKNOWN.

L’arte, una volta, era solo un’esigenza, poi assunse una funzione finalizzata al confronto con la natura e con gli spiriti che la guidano. Era una esigenza quando il primo uomo o la prima donna raccolse un ciottolo che aveva una forma umana e lo portò con sé per centinaia di km, lo fu poi per fini magici, sacrali, scaramantici, per millenni.
Può essere anche ora, come nella storia ritrovata sul sito Outsiderartnow. La storia di Philadelphia Wireman, il nome dato a un artista senza nome, creatore di 1.200 piccole sculture tridimensionali, meglio dire artefatti urbani, scoperti da Robert Leich in una strada di Philadelphia alla fine degli anni ’70. 
 
 
È stato un caso che queste opere siano sopravvissute” spiega il collezionista e gallerista John Ollman a The Huffington Post “…probabilmente ci saranno centinaia di altri artisti il cui lavoro è sotterrato da cumuli di spazzatura." L’istinto creativo è un elemento potente, ma se non è realizzato in un sistema ‘formale’, si lega ad una difficile questione di sopravvivenza“. Oggetti di uso comune, scarti manipolati, danno vita ad assemblages di puro astrattismo, plasmati con forza. Un’armatura metallica diviene così il supporto per oggetti di differente tipologia: plastica, vetro, imballaggi, ombrelli, nastri, gomma, batterie, penne, cuoio, riflettori, dati e bulloni… E’ come se un atto violento li trasformasse in qualcosa di diverso, tanto da non avvicinarsi all’arte ma un vero e proprio atto sacro. O a una forma compulsiva e rituale.
Nel 1999, un visitatore della galleria Fleisher/Ollman ha riconosciuto questi lavori confermando di aver visto un uomo di colore costruirli sulla sua veranda, nella zona in cui furono poi ritrovate le opere, quartiere storicamente “nero”. Ollman ha inoltre notato una forte relazione tra queste sculture e i Nkisi, oggetti dotati di poteri, tipici della tradizione congolese, realizzati nell’arco di centinaia di anni, che consistono in figure di legno e chiodi che, spuntando in tutte le direzioni, come nelle ampolle della memoria.
Feticci dunque, presenti ancora oggi in zone dell’Africa, per magia nera, o il contrario, per protezione.
Nessuno ne ha rivendicato la paternità.
 
 
Nkisi


Benin, woodo