UN PROGETTO DI ALFREDO ACCATINO

Viaggio non scontato tra artisti e visionari da tutto il mondo, molto lontano dai soliti 50 nomi. Non esisterebbero le avanguardie senza maestri sconosciuti alla massa (ma certo non a musei e collezionisti). E non si sarebbe formata una cultura del contemporaneo senza l’apporto di pittori, scultori, fotografi, designer, scenografi, illustratori, progettisti, che in queste pagine vogliamo riproporre. Immagini e storie del '900 – spesso straordinarie - che rischiavamo di perdere o dimenticare.


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giovedì 2 novembre 2017

OUTSIDERS. 35 STORIE DEL '900 DA RISCOPRIRE. UN OMAGGIO ALLA CREATIVITA' DISPERSA.

Gli Outsiders sono perdenti per definizione. 
Non scelgono mai i luoghi e le date giuste per nascere, creare, amare, morire. Vivono in mondi paralleli. 
E hanno sempre l’indirizzo sbagliato.




OUTSIDERS. I COLORI DELL’OMBRA.

Mi piace ridare vita e dignità alle cose. Sono un cercatore compulsivo, che viaggia molto e non ha timore ad aggirarsi in luoghi che renderebbero eleganti i peggiori bar di Caracas. E tra le cose che devo sottrarre all’oblio le foto assumono un ruolo importante. Quelle che gli anglosassoni chiamano snapshot, istantanee senza autore: sposini, bambini imbronciati, megere, gruppi di famiglia, persone che ti guardano sedute davanti a una tavola imbandita, chissà dove. Sono tutti morti.
Quando stringo però queste foto tra lemani ho la sensazione di poter ridare una memoria che, senza un testimone, senza me, non esisterebbe più. Una missione, che mi porta a credere di possedere io solo, sulla Terra, quell'immagine. Le osservo. Cerco di scoprire le relazioni e le connessioni che tengono uniti i miei personaggi in quel determinato spazio, per quella frazione di istante. Mi soffermo, come Amelie, sui dettagli in secondo piano, sugli oggetti della credenza, sulla data del calendario. E mi piace quando uno di loro, fra tanti volti, sembra volermi guardare dritto negli occhi, come nella sequenza finale di Shining.

Ma questo è solo l’inizio. Perché, oltre che di immagini, sono un divoratore bulimico di storie, retaggio di un’antica formazione da sceneggiatore. E mi piace salvare la creatività dispersa, quella che non è mai venuta alla luce.
Acquisto disegni, bozzetti su carta, progetti architettonici, più raramente quadri e sculture. Mi piacciono soprattutto le idee colte nel momento iniziale, ma anche le opere non firmate, che adoro studiare, decodificare, condividere, come un archeologo.
E mi piace scoprire cosa si nasconda dietro la superficie. Perché l’arte è solo un grumo di pensiero tenuto insieme dal colore, dalla grafite, da una forma.
L’ho scoperto da bambino, lavorando nello studio del mio babbo, Enrico Accatino, artista e teorico dell’educazione artistica, aiutandolo a stendere le tele, a preparare pigmenti, mescolando il gesso, mentre la polvere volteggiava lentamente nei raggi di sole che filtravano dalle grandi finestre e si sentiva fuori attutito, il rumore del traffico.
Io detestavo quello studio, perché mi teneva lì mentre sarei rimasto a casa a vedere la televisione o sarei andato a giocare a pallone a Villa Ada, perché è vero che ero una pippa, ma a me non bastava mai.

Grazie a quelle ore di tedio ho però capito molte cose.
Ad esempio, che l’amore per l’arte è un’eredità maledettamente ingombrante. E se la accetti, non ti lascia più, anche se vorresti mollare tutto.
E vi giuro che ci ho provato.
Ho compreso, poi, che le opere sono sempre influenzate dalla vita.
È inevitabile. Perché anche gli artisti, come ognuno di noi, proiettano nelle loro creazioni sogni desideri e paure. Diventano maturi, amano, invecchiano, magari male. Così, se la biografia produttiva di un autore si ferma, c’è sempre un perché, anche se i testi non lo raccontano se non sei uno dei Top 100, intendo.
E io, invece, lo voglio sapere.

Qualcuno è stato piegato da difficoltà e malattie, qualcuno ha perso l’amore, o lo ha inseguito per una vita senza raggiungerlo. Qualcuno ha combattuto battaglie perse in partenza, qualcun è morto proprio quando era riuscito a raggiungere il successo, dopo anni vissuti nell’ombra e magari, come Pino Pascali, sfrecciava felice su una moto nel caldo dell’agosto romano mentre stava per essere celebrato come il genio del momento.
Le opere sono sempre figlie di queste storie, così diverse tra loro.
Anche se poi esiste una totale rimozione di fronte a fenomeni come pazzia, morte, decadenza fisica, che copriamo con perifrasi insignificanti: “…dopo lunga malattia”, “disagi psichici”, “…per un malore.”

Ho capito, infine, che non ha senso incasellare la storia dell’arte visiva in semplici categorie elementari: “Alto” e “Basso”. I “Maestri” e gli “Altri” (i minori). A cui seguono, per distacco, i “Non-Artisti” (illustratori, commercial art, comic art…), le “Curiosità” (performing art, street art…) e i “Matti”. Definizione che comprende la sottospecie “Casi Umani”, ottimo materiale per fiction. Eppure, conosco opere mediocri di grandi artisti, e magari opere pazzesche di sconosciuti che hanno avuto per destino la facoltà di lasciare - anche in una sola realizzazione - un segno indelebile, anticipando mode e tendenze, dando forma e identità al proprio tempo.

Ecco. Questo è il senso di Outsider.
Racconti che avrei voluto ascoltare, narrati come avrei voluto sentire, che nessuno mi aveva mai raccontato.
Una partitura di immagini e parole scelte con sincerità, che si prefigge di accendere la luce in zone rimaste all’oscuro, e di recuperare emozioni, colori e schegge di creatività emerse nella cultura visiva del ‘900. E storie che trovo sia giusto condividere.

Non è però, a scanso di equivoci, una storia dell’arte alternativa.  Non sarei titolato a farlo. E’ un atto dovuto, che nasce dalla volontà di ridare dignità e memoria a eventi o a personaggi che ho incontrato per strada, quasi sempre in maniera casuale, che non conoscevo, che altri potrebbero ignorare,  che ho pensato valesse la pena condividere.  Secondo me, grandi artisti, la maggior parte dei quali, dimenticati. O non conosciuti nei loro aspetti più intimi e quotidiani.

Outsider perché la vita, senza troppi giri di parole, li ha presi a calci in culo. Che hanno raggiunto il successo, ma che poi non hanno saputo mantenerlo, senza risorse, senza qualcuno che lottasse per loro, o dopo di loro, per mantenerne vivo il ricordo o promuoverne l’opera.
Outsider perché hanno dovuto condividere l’arte con la malattia.
Che, magari, hanno avuto la disgrazia di nascere donne anziché uomini, in anni ancora acerbi. O nati in nazioni sfigate, in periodi difficili, visto che è meglio vivere a Saint Tropez negli anni ‘60 che in terra di occupazioni, accusati di essere ebrei, froci, zoccole, comunisti, fascisti, imperialisti.
Outsider perché diversi, in anticipo sui tempi, bollati come pazzi, alieni, stravaganti, conosciuti solo da storici dell’arte e collezionisti, e mai dal grande pubblico, a cui vengono costantemente negati.
Outsider perché hanno rinunciato a lottare, o hanno trascurato il mercato per proseguire, in solitudine, la propria ricerca, sino a svanire.
Outsider infine, perché non sono riusciti a sopravvivere al conformismo, alle guerre che hanno sconvolto il ‘900, alle persecuzioni razziali, culturali o politiche, ai pogrom, alle uccisioni selettive e infine ai disastri delle droghe e agli eccessi della beat generation.

Dove li ho scoperti?
Li ho trovati soffermandomi nelle pareti meno nobili dei musei - quelle vicino al bagno o all’ascensore - fotografando la targhetta per andarmeli a studiare, poi, con calma.
Li ho trovati acquistando cataloghi d’epoca su una bancarella. Nelle aste di secondo rango, le uniche che riserbano ancora sorprese. Colpito dalla forza di immagini mai viste, che ti compaiono mentre stai googlando in rete senza meta. Quella che Daverio chiama “macchina fantastica …perché contiene già rimandi e parallelismi. Sia nella strada diritta… che in quella dell’errore. Ovvero, quando internet salta di palo in frasca e ti apre strade altrimenti inimmaginabili…

Li ho trovati, infine, cercando di dare una storia e un volto ai folgorati che popolavano Parigi, Berlino e San Pietroburgo tra gli anni ’20 e ’30, agli studenti della Bahaus, che ho provato a rintracciare, ai pittori degenerati sbeffeggiati nella mostra Entertatre Kunst voluta da Hitler per deridere l’arte moderna, che andrebbero citati e omaggiati uno ad uno, ogni settimana.
Perché gli outsider sono straordinari perdenti, e li riconosci al primo sguardo. Sono perdenti. Non scelgono mai i luoghi e le date giuste per nascere, creare, amare, morire. Vivono in mondi paralleli. E hanno sempre l’indirizzo sbagliato.

Tutte queste storie mi crescevano dentro.
Ho iniziato prima a scrivere in maniera anonima una cinquantina di voci di Wikipedia, perché soffrivo di questo silenzio e del fatto che molti autori non avessero neanche un riferimento in italiano. Ho poi raccolto questo materiale nel blog che state leggendo, “Il Museo Immaginario”, evidente omaggio all’omonimo libro di André Malraux, poi affiancato da una pagina social di successo, e infine da una rubrica di ArteeDossier che ha come focus la rivalutazione di artisti poco noti del ‘900.
Ed è sulla figura del padre, con il con il quale ognuno prima o poi deve sempre fare i conti - se sulla tua strada incontri Buddha, uccidilo - che ho voluto chiudere questo primo viaggio, dedicandogli l’ultimo capitolo.

Prima di lasciarvi, una cosa però la devo dire: la scientificità non è tra i pregi di questo libro. Certo, ho raccolto le informazioni biografiche cercando di rispettare ogni dettaglio, verificandone l’attendibilità, a volte, confrontando le fonti, spesso scarse o disomogenee. Ma i fatti possono essere stati da me interpretati o riletti in chiave del tutto personale. Cosa della quale mi assumo la totale responsabilità.
Se avete qualcosa da opinare, quindi opinate. Ma se anche uno solo di questi autori vi spingerà a riscoprire mondi, idee, cose, opere o sfide, non avremo perso tempo. Entrambi.
E anche gli outsider, i dimenticati, i perdenti, alla fine, potranno dire di avere vinto.


                   COSA E’ IL PROGETTO OUTSIDERS

Questa è una storia di gente poco importante.
34 storie straordinarie nella loro straordinaria umanità. E’ la storia della creatività dispersa. E in parte ritrovata.
 Scoprirete così le vicende della Baronessa Elsa Von Freutag-Lorighoven, la vera autrice del celebre “orinatoio” di Duchamp, l’opera cardine del ‘900, donna dalle mille vite e dalla fine tragica. Oppure, potrete seguire come in un giallo, le tracce di Nicholas Kalmakoff, un maestro russo riaffiorato al Mercato delle Pulci di Parigi grazie all’impegno di due collezionisti inventatisi detective. O ripercorrere la vita avventurosa di Amrita Sher - Gil la prima donna-artista indiana, la cui storia fa impallidire Frida Khalo, morta a 27 anni per un aborto clandestino. Potrete commuovervi con il toccante profilo di Dick, il “pittore con le dita a bacchetta”, il cui autoritratto compare nella cover del libro, così chiamato per la sua grave disfunzione cardiaca che lo costrinse a vivere chiuso in casa. Potrete tifare per Arthur Cravan. Il poeta DA che sfidò Jack Johnson, il Campione dei Massimi, o seguire la toccante parabola di Felix Nussbaum, rimasto quattro anni nascosto con la moglie in un sottotetto di Bruxelles per sfuggire alle persecuzioni naziste, prima di essere scoperto e partire verso la morte, con l’ultimo convoglio.        
C’è spazio veramente per tutto e tutti. Dalle vicissitudini del primo transessuale della storia, raccontate nel film “The danish girl”, a quelle del miliardario americano Gerald Murhpy, un tipo che ispirò i romanzi di Scott Fitzgerald, che lanciò la moda dei bagni di mare e della tintarella, inventandosi di fatto la Costa Azzurra e, incidentalmente, anche la Pop Art.
Tra gli italiani Gino Rossi, un poeta della follia, i cui quadri furono utilizzati per tamponare i pollai delle campagne vicino alla sua casa, o Mario Chiattone, l’architetto che con Sant’Elia disegnò in pochi mesi la città del futuro, prima di annullarsi in una quiete esistenza borghese.        
Pochi i nomi noti: Vivian Meier, la bambinaia che faceva la fotografa nel tempo libero, scoperta svuotando una cantina di Chicago dove aveva ammassato migliaia di negativi. Adolf Wolfli, un pedofilo ossessivo divenuto in seguito artista enciclopedico a cui è stata dedicata una grande fondazione. E Pavel Filonov, morto letteralmente di fame durante l’assedio di Leningrado anche perché si ostinato a non voler vendere le proprie opere.
Ultimo ritratto quello di Enrico Accatino, mio padre con il quale avviene un doloroso confronto. Perché se sulla tua strada incontri il Buddha lo devi uccidere.
Tutto qua. Sì, tutto qua. Perché è proprio dalla vita, dalla pietas e dall’attenzione alle piccole cose che il libro offre il meglio di sé, con una veste grafica sontuosa, ricca di foto a colori, e con uno stile disincantato, colloquiale, a volte trasgressivo, che rende facile e immediatamente comprensibile anche il riferimento più colto.        
L’arte, per fortuna. ha ancora un mondo di storie da raccontare e di sorprese da offrirci. Basta guardare lì, dove nessuno prima aveva ancora fatto, cercando pagliuzze d’oro nel torrente di un fiume.


 

http://www.giunti.it/libri/arte/outsiders









lunedì 23 ottobre 2017

LA GIACCA DI MAO, CHIC E NON IMPEGNA. LA STORIA DI UNA ICONA.

In Cina è sparita. Neanche su Ebay le trovi, quelle vere, dico, quelle vintage anni ’60 e ’70. Eppure ne hanno prodotte miliardi, perché un miliardo di cinesi  ha indossato la giacca maoista (MAO SUIT), la zhongshan ZUHYANG ovvero, in cinese, la giacca di Sun Yat-sen (alla Sun). Fu, infatti, con l'instaurarsi della Repubblica che in Cina, presso l'Accademia militare di Whampoa, si cominciarono a utilizzare le giacche maoiste su imitazione delle giacche dei cadetti delle accademie militari di Prussia. Era infatti, una espressione occidentale, simbolo di progresso (vedi a volte gli scherzi del destino...) tanto che si trasformò nel vestito egemone nel periodo della Grande Rivoluzione Culturale.  




La giacca ha quattro tasche con copritasca a bottone e una fessura sul taschino superiore sinistro per la penna. I colori più comuni erano il blu e soprattutto il verde, ma ne esistevano anche in grigio e beige ed ebbe una certa diffusione anche in Europa e in Unione Sovietica durante gli anni '30.   Sun Yat-sen, l’uomo che offrì alla Cina la sua prima rivoluzione e la sua prima repubblica (1911-12). L’intreccio fra il potere e le sue divise comincia nel 1923 quando Sun, intellettuale esposto all’Occidente, cassò giacca e cravatta. Poco pratici. Forse anche poco adatti a segnalare l’uomo nuovo e a declinare la teoria filosofica economica da seguire. L'annullamento nel bene comune. Colletto chiuso, aria austeramente militare, tasche capienti. A proclamare la Repubblica Popolare, il 1° ottobre 1949, Mao era vestito così e, in parallelo, a Taiwan il generalissimo Chiang Kai-shek.

Pechino, 1990. La giacca è ormai sparita.

sabato 21 ottobre 2017

BEATRICE WOSE SMITH. DIPINGERE E' FACILE. BASTA GUARDARSI INTORNO.

Beatrice Wose nasce a Syracuse nel 1908, capoluogo della contea di Onondaga nello Stato di New York figlia di un noto medico locale. Altre donne, prima di lei, hanno scelto la vita da artista e nel 1927 si iscrive ai corsi di pittura presso l'Università di Siracusa, dove conseguirà, prima donna, il prestigioso Premio Hiram Gee per la laurea post-laurea. 


Perde quindi la testa per il pittore George Luks, con il quale si trasferisce a New York City, vivendo vicini al gruppo The Eight, artisti americani chiamato anche la scuola Ashcan a causa del loro interesse per la “vitalità dell'ordinario”.
Ciò che le interessa sono gli aspetti della scena urbana, dai ritratti di strada, le vie, i ristoranti gli eventi sportivi. Le lezioni di Luks rimasero con lei per tutta la vita.
Nel 1932, Beatrice torna nella città natale, si sposa e diventa Wose-Smith, confermandosi una presenza di riferimento nel panorama artistico. Muore nel 1971.


George Luks

OUTIFIT & MASTERPIECES. UN PROGETTO FOTOGRAFICO.

Avere un progetto è semplice. Basta pensarlo. Così come dare vita a un progetto fotografico. Il difficile è perseguirlo con pazienza e tecnica. Questo è quello che ha fatto il fotografo francese Stefan Draschan che girando nei musei si è divertito a fissare assonanze e riferimenti tra i vestiti e le acconciature dei visitatori e le opere esposte. Ora che sapete come si fa un progetto, fatelo anche voi.







LA MOGLIE DI CHURCHILL. MAI PROVOCARLA. (il Caso Sutherland)

Nel 1954, all’artista Graham Vivian Sutherla (1903-1980) capostipite della i contemporanea di scuola britannica venne commissionato un ritratto del primo ministro inglese Winston Churchill. Il problema che Sutherland non era certo un artista di maniera, e dipingeva in base alla sua impressione personale e psicanalitica. Il compenso di mille ghinee fu finanziato da donazioni dei membri della Camera dei comuni e della Camera dei lord e fu presentato a Churchill durante una cerimonia pubblica alla Westminster Hall in occasione del suo ottantesimo compleanno, nonostante quest'ultimo lo avesse voluto evitare scrivendo direttamente all'artista.
Churchill detestava il ritratto, lo descrisse come "lurido" e "malevolo", forse voluto dai suoi nemici politici.  Le altre reazioni furono contrastanti; alcuni critici lo elogiarono per la somiglianza con il soggetto ritratto, ma altri lo bollarono come un obbrobrio.

 

Il dipinto fu portato nella sua casa di campagna a Chartwell, ma non fu esposto. A seguito della morte di Lady Churchill (Clementine Ogilvy Spencer) nel 1977, divenne chiaro che il dipinto era stato distrutto qualche mese dopo la consegna. rompendolo in pezzi e incenerendoli, per evitare di causare ulteriore dispiacere al marito. Lady Churchill distrusse anche precedenti ritratti che il marito non amava, compresi gli schizzi di Walter Sickert e Paul Maze.
L'artista e molti altri gridarono allo scandalo. Molti affermarono che ognuno dei propri ritratti può farne ciò che vuole.
Voi che pensate? :)

Graham Sutherland col suo ritratto di Winston Churchill, 1955




Graham Sutherland OM, 'Devastation, 1941: An East End Street' 1941

DARDEL. LA MORTE DEL DANDY.

      Le dandysme est une institution vague, aussi bizarre que le duel... Le dandysme, qui est une institution en dehors des lois, a des lois rigoureuses auxquelles sont strictement soumis tous ses sujets, quelles que soient d’ailleurs la fougue et l’indépendance de leurcaractère. 

Nils Dardel (1888-1943) era un dandy, ne era cosciente, e provò addirittura a rappresentare/evocare la sua fine, come fanno tutti da ragazzi, nel quadro considerato il suo capolavoro: Il dandy morente del 1918. Una scena dai colori accesi nella quale elementi autobiografici e quasi caricaturali, che si divertono a giocare con la sua pubblica "froceria" per ribadire la propria libertà identitaria, vengono trasfigurati in una composizione ispirata all’iconografia religiosa del Cristo morente circondato da figure piangenti. Una sorta di epifania Gay che lo renderà, in seguito, una delle icone della comunità svedese.        



Nato in un piccolo paese della contea svedese di Södermanland, studia arte a Stoccolma e come tanti suoi coetanei, ad appena 22 anni raggiunge la Francia. Insieme a un gruppo di artisti scandinavi frequenta le lezioni di Matisse nel villaggio rurale di Senlis, ma non rimane nella comunità nordica. Matisse non lo convince. Va a Parigi e guarda al di là, avvicinandosi alla cultura post-impressionista, al puntinismo, per poi scoprire l’arte giapponese e approdare al cubismo, poi a una particolare forma di espressionismo narcisistico che diventerà la sua forma espressiva. Ama infatti anche accedere ai salotti buoni, ama vestirsi bene, assumere atteggiamenti caricati. Stringe un rapporto intimo e tempestoso con Wilhelm Udhe, art dealer di Picasso e sostenitore di Henri Rousseau, e viaggia con lui a lungo in Russia, in Giappone e in Spagna, diventando veramente cittadino del mondo.  Dardel raggiunge la fama e rimarrà a Parigi nei decenni successivi, dove frequenta i circoli artistici, conduce un’intensa vita mondana, noto per la libertà con cui esprime la propria bisessualità. Come pittore produce opere spesso disomogenee ed egocentriche, che appaiono a volte banali o banalizzanti (dite la vostra), utilizzando uno stile naif che nasconde e giustifica anche i suoi evidenti limiti di disegnatore. Ma le sue opere, sono personali e sempre riconoscibili, e comunicano e affascinano al di là del risultato esteriore. Negli anni quaranta alcune istituzioni artistiche svedesi organizzarono alcune retrospettive del suo lavoro; ciò fu la sua conquista popolare finale nel suo paese natale.  Von Dardel morì a New York per un attacco di cuore il 25 maggio 1943 a 54 anni, liberandolo dal vedere allo specchio un dandy vecchio.     

 
autoritratto



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